Recensioni      -    Book Reviews

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Francesco Canevelli
Marina Lucardi
La mediazione familiare. Dalla rottura del legame al riconoscimento dell'altro 
Bollati Borinhghieri, Torino, 2000

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Cionti F.
La nascita del diritto sull'immagine

Giuffrè,Milano, 2000

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Iorio M.
Rocchietti G.
Serafini G.
Sessualità e legge: guida per le professioni sanitarie e sociali
Edizioni Minerva Medica,Torino, 2000

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Mason M. A.
The custody wars: why children are losing the legal battle and what we can do about it, Basic Books, New York, 2000.

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Giuliana Mazzoni
La testimonianza nei casi di abuso sessuale sui minori
Giuffrè, Milano, 2000

(abstract in english)

 

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Lloyd Sally A.,Emery Beth C.
The dark side of courtship: physical and sexual aggression
SAGE,2000

 

 

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Aldert Vrij
Detecting Lies and Deceit
Wiley,Chichester, 2000

law18.gif (1163 byte) Jackson J.L., Bekerian D.A., Offender profiling. Theory, research and practice, Wiley, Chichester, West Sussex, England, 1997;

Turvey B., Criminal profiling. An introduction to behavioral evidence analysis, Academic Press, San Diego, California, 1999; Holmes R.M., Holmes S.T.

Omicidi seriali. Le nuove frontiere della conoscenza e dell’intervento, Centro scientifico editore, Torino, 2000; Montet L., Tueurs en série.

Introduction au profilage, Presses Universitaires de France, Paris, 2000.

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Anna Maria Di Paolo, Elementi di Intelligence e tecniche di analisi investigativa, Laurus Robuffo, Roma, 2000.

 

Freschi di stampa   - Just off the press
a cura di Barbara Forresi
(Università di Torino)

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Recenti italiani   -     New italians

 

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Recenti stranieri -   New not italians


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cionti F. Giuffrè, Milano, 2000
LA NASCITA DEL DIRITTO SULL'IMMAGINE
 

Il libro ripercorre l’evoluzione della dottrina italiana e straniera, soprattutto tedesca, nella ricerca dei principi generali dai quali derivare il diritto all’immagine , nonché nei tentativi, peraltro tantissimi di definizione di quest’ultima, limitatamente al periodo che va dal 1973, anno cui risalgono le prime, fondamentali intuizioni di Amar, al 1995, anno delle prime norme italiane di tutela dell’immagine.
Il libro inoltre ripercorre l’iter dei rapporti tra fisiognomica e pittura, nonché tra psicologia e pittura, per verificare se, ed eventualmente entro quali limiti, l’effigie, oltre che identità fisica, è anche identità psichica. Le conclusioni cui perviene sono:
Il volto non è lo "specchio dell’anima", se per anima si intende la personalità, l’identità psichica "vera" di una persona, che peraltro non è conoscibile in assoluto. Il volto può’ esprimere, o addirittura tradire, emozioni, stati d’animo, che rivelano l’umore, le sensazioni, le intenzioni e, se proprio si vuole, anche l’anima, del momento. Ma può’ anche nasconderla. Se è così, l’espressione del volto in un determinato istante è soltanto, un fatto storico che- indipendentemente dalla sua corrispondenza alla stato d’animo del momento della persona- costituisce un elemento, sia pur minimo, della personalità storica, l’unica che ci è dato conoscere, più o meno parzialmente. Ma, soprattutto, è chiaro che già’ la "faccia", nuda, senza interventi di sorta, non è semplice opera della natura. Persino il lasciare trasparire una propria emozione è volere un certo aspetto, offrire una certa "immagine" di sé stesso. Figurarsi, poi, quando si controlla l’espressione del volto; si interviene sullo stesso per modificarne la forma, o per nasconderne o evidenziarne una parte, e così via.
Se l’aspetto (unico e statico) non è la reale identità’ psichica della persona, a maggior ragione non lo è l’effigie (anonima), che ne è la riproduzione, più o meno completa e più o meno fedele, ma mai identica.
Ciò nondimeno, se l’aspetto (in quanto immagine fisico - spirituale che sa, può’ e vuole esprimere il suo titolare) ha sempre una valenza spirituale; a maggior ragione quest’ultima va attribuita e riconosciuta anche all’effigie (in quanto sintesi ed interpretazione dell’aspetto da parte dell’autore).

Dunque la valenza spirituale (che vale quanto dire: sintesi ed interpretazione insieme), che nella caricatura può’ essere addirittura prevalente sulla stessa identità’ fisica, intesa come riproduzione fedele, non è mai identità’ psichica. Perché non è (l’impossibile) trascrizione della "vera" personalità di un determinato soggetto, bensì’ la testimonianza, che si concreta in segno, delle sensazioni e dei pensieri, che sono interpretazione e valutazione, dell’autore di fronte ad una persona. In una parola, la sua intuizione della personalità’ di quest’ultima, che, in ipotesi astratta, può’ rivelarsi anche più’ veritiera di qualsiasi (impossibile) trascrizione, ma che resta un’intuizione, un’interpretazione soggettiva, che come tale va considerata e valutata.
E, dunque, sia l’aspetto sia l’effigie hanno una valenza spirituale; che né nel primo, né nella seconda è la "vera" identità’ psichica; che in entrambi i casi è sintesi ed interpretazione; con l’unica fondamentale differenza che nel primo è "opera" del titolare e, perciò’, interpretazione autentica, mentre nel secondo è "opera" dell’autore e, quindi, interpretazione non autentica. Posto che "una virtù’ spirituale, una potenzia invisibile" è "collocata e infusa" nei corpi materiali e ne determina i moti, analogamente all’anima "che governa ciascun corpo" umano, Leonardo si pone il problema di scoprire come agiscono queste forze spirituali, ed attraverso quali segni fisici esteriori si manifestano, per rappresentarle. Quindi osserva di nascosto i passanti per scoprire e disegnare i volti sui quali più’ chiaramente si scorgevano i segni, più’ che di una certa personalità’ (comprensibilmente) di una certa caratteristica psicologica di gran lunga prevalente o, addirittura, di una patologia. E (comprensibilmente) questi segni venivano accentuati in funzione espressiva. Nel percorrere la strada dell’accentuazione si giunge ad una biforcazione. Per un verso si procede verso la caricatura che, come rilevato da F.Fielding è, appunto, il "caricare" un tratto fisico con fini burleschi, ma soprattutto è palesemente, anzi dichiaratamente tale. E per altro verso si procede verso la deformazione.

All’apposto, Michelangelo dipinge "gli umani affetti", cercando di tradurli in immagini fisiche. Non l’uomo che da alcuni tratti del volto si scopre superbo, invidioso ecc., bensì la personificazione della superbia, dell’invidia ecc. Ma come?

Ancora con l’accentuazione, in volti o aspetti completi, immaginari o reali, di segni considerati rivelatori di queste caratteristiche psichiche e, poi, ricorrendo allo zoomorfismo fisiognomico nel quale finiscono con il convergere le due strade opposte. Ed infatti:

• In entrambi i casi l’attenzione è concentrata su di una caratteristica psichica specifica, cosicché è subito evidente l’impossibilita’ di rappresentare la psiche nella sua interezza e complessità’. Al più’ se ne potrà’ capire e rappresentare un elemento per volta. E su questa strada si giungerà’ alla rappresentazione di patologie psichiche che manifestandosi ancor più’ chiaramente di una certa caratteristica psichica, risultavano di più’ facile riduzione ad immagine fisica, quando non fossero già’ patologie fisico - psichiche.

• In entrambi i casi si ricorre all’accentuazione dei segni fisici ritenuti espressivi del particolare carattere o patologia.

• In entrambi i casi si ricorre allo zoomorfismo fisiognomico raffigurando persone come bestie e bestie come persone.

Una volta superata la riproduzione del reale, l’immaginazione non ha avuto più’ limiti.

Questo il percorso della rappresentazione dell’anima in pittura, ricostruito a posteriori, "a tavolino", con i suoi passaggi logici obbligati. La realtà’ è stata molto meno lineare, infinitamente più’ diversificata, con anticipazioni, arretramenti, contraddizioni, confluenze. Ma è chiaro che, ai nostri fini, interessava appunto conoscere le linee generalissime del percorso, non ricostruirne dettagliatamente le singole tappe, in modo cronologicamente corretto.

 

A questo punto dell’indagine Cionti si pone il problema era se l’effigie anonima, di per sé, in quanto interpretazione (non solo dell’aspetto/immagine, ma anche) della personalità/immagine del ritrattato, potesse rivelare la "vera" identità psichica del ritrattato, anche indipendentemente dalla, ed al di là della, sua autenticazione e, addirittura, della sua stessa consapevolezza. Poiché solo in tal caso potrebbe almeno discutersi sulla possibilità di consentire, in nome della verità, la mostra e la diffusione dell’effigie, anche senza l’autenticazione della propria personalità/immagine (oltre che del proprio aspetto/immagine) da parte del ritrattato.

Effettivamente, a partire da Leonardo, la rappresentazione dell’anima è stata un’aspirazione costante della pittura.

Che, però, è restata tale perfino nel caso limite dell’autoritratto. Ciascuno "crea" il proprio aspetto, la propria immagine. L’artista crea anche la propria effigie con l’autoritratto, che ne costituisce l’identità fisica e psichica autentica. Anche vera?

Generalmente, l’artista tende a rappresentarsi come si vede e si capisce, "fingendo" una riproduzione, in tutto simile a quella di un’altra persona, con in più una maggiore, se non totale, corrispondenza al ritrattato, proprio perché è lui stesso. Ora noi sappiamo che a nessuno, neppure all’artista, è dato conoscere la propria personalità, che perciò non la può rappresentare, come dimostra l’insistenza con la quale alcuni pittori continuano a dipingere autoritratti, nel vano tentativo di afferrare la loro inafferrabile personalità. In qualche caso anche il pittore ne è perfettamente consapevole. Nel suo Autoritratto a pastello (1775) Jean-Baptiste-Simèon Chardin (1699-1779) sembra essere consapevole del, ed anzi voler sottolineare il, fatto determinante che nell’autoritratto, così come nel ritratto (e perfino nella riproduzione della cosa, come vedremo) la (parziale) identità psichica attribuita al ritrattato è quella interpretata, valutata e ritenuta dal pittore. Che può essere autentica, autenticata o non, ma non è l’unica vera, cosicché non è il personaggio ritrattato nella sua complessità ed unicità, è una sua interpretazione parziale. E’ inevitabilmente un altro. Magari un altro sé stesso. Ma pur sempre un altro. Che non è più il pittore (peraltro come si vede e giudica) ma un soggetto autonomo che sembra giudicarci. Così Chardin si dipinge, ma evita di giudicarsi perché, avverte, il ritratto non è lui, è un altro che guarda e giudica noi e lo stesso Chardin. Se le cose stanno così, se cioè l’identità fisica non è mai identità psichica che, perfino nel caso limite dell’autoritratto, è sempre parzialissima interpretazione del pittore, solo artisticamente vera, allora bisogna convenire che a dispetto delle apparenze, ancora una volta, non vi sono molte differenze tra l’effigie della persona e l’effigie della cosa. Prima la forma della cosa e poi la sua effigie - esattamente e rispettivamente come l’aspetto della persona e la sua effigie - possono evocare ricordi, stati d’animo, sensazioni, affetti ecc... che ne costituiscono la spiritualità’, così come nasce e cresce, prima nel pensiero dell’autore e, poi, in quello di chi osserva l’effigie.
Dalla conclusione cui siamo appena pervenuti deriva la necessaria conseguenza che l’effigie anonima (e comunque in quanto figura, a prescindere dal nome) è segno dell’identità psichica, nella misura voluta dall’autore, e secondo l’interpretazione dell’autore.Essa, infatti, già quale riproduzione dell’identità fisica non è mai del tutto fedele e può ridursi a segno che, almeno, la evoca, in modo tale da renderla sempre ed immediatamente riconoscibile. Ma non è mai riproduzione dell’identità psichica. E’ soltanto segno che la evoca parzialmente, mai in modo da renderla veramente riconoscibile, ma solo in modo da renderla artisticamente tale. Ed anche così, non sempre e comunque mai immediatamente.

Guglielmo Gulotta
Ordinario di Psicologia Giuridica
Università degli Studi di Torino
Facoltà di Psicologia

 

 

Francesco Canevelli
Marina Lucardi
Bollati Boringhieri,Torino, 2000
LA MEDIAZIONE FAMILIARE. DALLA ROTTURA DEL LEGAME AL RICONOSCIMENTO DELL'ALTRO

Un libro che non attrae molto per il suo aspetto, a dire il vero, ma che attira per il suo contenuto. Qualcuno forse lo troverà di difficile lettura a causa della tecnicità delle pagine iniziali, tuttavia nasconde una piacevole sorpresa per coloro che proseguono nella sua lettura fino al capitolo sulla separazione come processo. Canevelli e la Lucardi offrono un buon modello interpretativo della conflittualità familiare e del timing della coppia genitoriale. Essi suddividono i modi di percepire la coppia da parte del mediatore in cinque categorie conflittuali: la negoziazione, il congelamento, lo spostamento, l¹esasperazione, la vittimizzazione. Ogni categoria spiega i comportamenti della coppia nella separazione e la loro relazione di ex-coniugi e di genitori. Grande interesse è dedicato agli effetti della separazione dei genitori sui figli. C¹è una panoramica sulle ricerche scientifiche, e la spiegazione delle reazioni dei figli alla separazione per ogni fase di sviluppo (dalla nascita all¹adolescenza). E¹ molto interessante l¹uso delle cinque categorie conflittuali per spiegare il ruolo dei figli nelle loro famiglie.

Il libro entra poi nel cuore del tema: la mediazione familiare. Per prima cosa, vengono spiegati gli aspetti teorici della mediazione familiare e i suoi modelli principali. La mediazione strutturata, la mediazione terapeutica, e, come essi la definiscono, la mediazione negoziale. Questa parte del volume è molto rapida e schematica, e considera solo i principali modelli statunitensi di mediazione familiare. Molti modelli italiani di mediazione familiare vengono solo menzionati, inserendoli nella descrizione di quelli americani, mentre altri sono mancanti, ricordiamo ad esempio il modello orientato al problem-solving di Gulotta e Santi (1988).

Canevelli e Lucardi vogliono in realtà fare una introduzione al loro modello: la mediazione familiare basata sui bisogni evolutivi. Il loro modello è vicino a quello della Transformative Mediation di Bush e Folberg (1994), ed è coerente anche con la divisione in cinque categorie della conflittualità della coppia. La chiave del loro modello consiste principalmente nell¹apertura agli scambi emotivi, alle interazioni conflittuali, in uno spazio e tempo limitati in cui è possibile "dirsi delle cose". In parole semplici, durante il processo di mediazione gli autori si focalizzano sia su obiettivi pratici, sia su obiettivi relazionali, che sono relativi all'evoluzione della relazione di coppia. Il processo di mediazione familiare basata sui bisogni evolutivi si divide in quattro fasi e per ciascuna occorre raggiungere obiettivi pratici e relazionali. Come nel modello terapeutico, esiste una valutazione di mediabilità da effettuare sulle coppie nella fase preliminare, prima del processo di mediazione vero e proprio. La valutazione è basata sulle caratteristiche personali e relazionali della coppia e, se la coppia è adatta, il processo di mediazione familiare avrà inizio.

Ciò che è interessante, al di là della consueta divisione del processo di mediazione nella fase preliminare o primo contatto con la coppia, nella prima fase o fase di orientamento della coppia, nella seconda fase o fase di contrattazione, e nella terza fase o fase di verifica e formalizzazione dell¹accordo, è la considerazione degli obiettivi relazionali.

Gli obiettivi relazionali che la coppia deve raggiungere in ogni singola fase sono i seguenti. Nella prima fase dovranno considerare l'altro come interlocutore, nella seconda fase come negoziatore e nella terza e ultima fase come genitore separato.

Nei capitoli dedicati alle fasi della mediazione vengono dati molti suggerimenti e indicazioni utili ai mediatori familiari, il linguaggio è tecnico e vicino ai lettori che provengono da specializzazioni psicologiche e cliniche, ma comprensibile anche per gli altri professionisti. Alcuni casi pratici illustrano e confermano in modo chiaro e avvincente ciò che viene spiegato in ogni capitolo.

I capitoli finali sono dedicati a una ricerca condotta sui dati emergenti dall'esperienza del Centro per l'Età Evolutiva di Roma. La ricerca fornisce un'idea dell'applicazione pratica della mediazione familiare in Italia, e c'è un confronto con le ricerche nazionali e internazionali così da dare al lettore un panorama più ampio. Le conclusioni degli autori sono oneste e sembrano aperte alla condivisione con altri mediatori familiari qualificati, questa recensione è una risposta positiva che nasce spontaneamente. Il libro è veramente molto piacevole e permette di imparare qualcosa in più, anche se si è già mediatori familiari.

Isabella Buzzi

 

 

Iorio M.
Rocchietti G.
Serafini G.
Edizioni Minerva Medica,Torino, 2000
SESSUALITA' E LEGGE: GUIDA PER LE PROFESSIONI SANITARIE E SOCIALI
 

Il tema della sessualità, nelle sue più varie angolazioni, viene quotidianamente affrontato da quanti svolgono professioni sanitarie e sociali. La conoscenza dell’argomento dal punto di vista medico, psicologico ed anche legale, ma anche la semplice capacità di orientarsi fra definizioni e norme, è quindi un’esigenza molto sentita.

Partendo dal presupposto che l’ordinamento penale italiano permette qualsiasi forma di pratica sessuale fra maggiorenni consenzienti in luogo privato, vengono passati in rassegna temi quali l’aborto, la transessualità, la devianza e le perversioni sessuali, le mutilazioni femminili, nonché argomenti su cui sono state sollevate questioni etiche, come la procreazione medicalmente assistita e la sterilizzazione volontaria.

I tre autori di questo volume, si cimentano nel compito non sempre riuscito di coniugare la terminologia medica con quella giuridica e di chiarire la volontà del legislatore e le procedure dell’operatore socio-sanitario. Ne risulta un testo di consultazione di chiara ispirazione medica, che indugia troppo spesso in categorizzazioni minuziose, talvolta datate, ma che tuttavia può essere utilizzato come strumento per orientarsi nel settore. La stessa terminologia utilizzata riflette in alcuni punti concezioni di ordine sessuologico ormai superate e dati statistici non sempre aggiornati.

Paola Ghio
Università degli Studi di Torino
Facoltà di Psicologia

 

 

 

 

MASON M. A.

Basic Books, New York, 2000
The custody wars: why children are losing the legal battle and what we can do about it

Ottenere la custodia del proprio figlio dopo il divorzio non è solo il modo per salvaguardare una soddisfacente relazione con una persona a cui si è profondamente legati, ma anche il modo per conservare l’identità sociale, che da questo ruolo genitoriale deriva. Talvolta vincere la battaglia legale significa imporre la propria volontà e forza all’ex-coniuge e costituisce l’ennesima ferita inferta ad una persona per cui si nutre ostilità e che nel vero senso della parola costituisce la "parte avversa". Prendersi cura del proprio figlio può risultare un privilegio da ostentare di fronte alla comunità, un’attività gratificante che si fonda sulla collaborazione fra ex-coniugi, oppure un compito duro, svolto in sordina e tanto più gravoso quanto l’altro genitore si dimostra disinteressato.
In questo panorama, nonostante il noto principio dell’"interesse del minore", i protagonisti sono comunque gli adulti, spesso troppo concentrati su loro stessi per vedere con chiarezza le necessità di bambini e adolescenti. In un’aula di Tribunale, dove si discute la questione dell’affidamento, si rischia quindi di sentire molte voci, tranne quelle dei diretti interessati, dei minori che in quella circostanza mettono in gioco il loro futuro, il delicato equilibrio psichico in un fase di sviluppo.
In virtù della sua esperienza di avvocato, ma anche di madre, di divorziata, di donna dotata di acuta sensibilità verso il vissuto emotivo degli attori della contesa legale, Mary Ann Mason traccia il percorso dei principi ispiratori, a cui si sono rifatti i giudici degli Stati Uniti nel corso degli ultimi trenta anni.
Veemente è la sua denuncia verso un sistema giuridico poco attento agli sviluppi della psicologia infantile e che non dimostra sensibilità e capacità predittiva verso le concrete situazioni di vita, determinate dalla sentenza stessa. Attraverso le storie vere di famiglie, che hanno intrapreso una battaglia legale per l’affidamento del figlio vengono così ripercorse le varie soluzioni adottate dalle Corti americane, a partire dalla presunzione che la madre sia il genitore più adatto per l’affidamento, alla sostanziale parità fra i coniugi e all’attenzione agli aspetti economici incarnati nel padre, fino alla mediazione e alla joint custody, che proprio perché richiede massima cooperazione spesso provoca un aumento del conflitto fra le parti.
A tale variegato panorama si aggiungono quindi le variazioni introdotte in materia dalla mutate consuetudini sociali, la fecondazione artificiale, le famiglie ricostituite, e quindi i conseguenti concetti di genitorialità biologica e psicologica.
Il libro si dimostra quindi un utile strumento conoscitivo della realtà americana e presenta una lettura critica delle pratiche in materia di affidamento dalla prospettiva femminista di uno dei più noti esperti di Diritto di Famiglia. Ne deriva un’appassionata trattazione, che non perde occasione per ribadire l’estrema importanza dei mutevoli bisogni dei minori, troppo spesso sacrificati alle esigenze ed ai diritti degli adulti.

Paola Ghio
Dipartimento di Psicologia
Università degli Studi di Torino

 

 

 

 

Giuliana Mazzoni

Giuffrè, Milano, 2000
LA TESTIMONIANZA NEI CASI DI ABUSO SESSUALE SUI MINORI


 

In the last years the cases of children heard as witness have had a considerable increase both in Italy and other countries, most of all in penal proceedings related to presumed sexual abuses where the young witness is often also the victim. On the one hand, the spread of the cases of sexual abuse led to realize the problem, on the other, the excessive awareness of public opinion, which transformed such a difficult question into a "current fashion", together with a scarcely appropriate use of intervention techniques by badly-trained operators, led to have more and more series of false witnessing. The final consequence is the loss of importance of some methods which could instead lead to discover true cases.

The book "Witnessing in Cases of Sexual Abuse on Children" – ed. Giuliana Mazzoni – was created with the purpose of collecting the most significant contributions on children witnessing. The main aims of the book are to highlight, popularizing it, the complexity and fragility of the moment of the child’s witnessing and to suggest the operators of this area (psychologists, social workers, policemen, lawyers, judges) more "scientific", appropriate and less and less improvised ways of intervention which preserve the child’s psychological integrity and do not damage the truthfulness of the witness’s account.

A digression about the articles of norms that govern witnessing in Italy shows the evolution of the legislative approach to the dealing of cases where the child acts in the role of witness-victim of a presumed violence: starting from the article 392 of the penal code, paragraph 1b, governing the request by the Public Prosecutor or by the person subjected to the inquiries to proceed with probative incident to the assumption of witnessing of a person under 16 in the proceedings for sexual crimes; up to the up-to-date version (law No. 269/98), including among the above-said crimes juvenile prostitution, juvenile pornography and tourism linked to juvenile prostitution exploitation; and to the law No. 66 of the 15th February 1996 that introduces protected child’s witnessing in order to safeguard the psycho-physical health of this one. The exposition of Italian normative aspects on sexual abuses on children is completed by the legislation in force in other Countries.

Furthermore the book shows the phases of the protected interview to the child (creation of a friendly relation with the child, free account, open questions, specific but not leading questions, end of the interview) and the usual procedures followed in our Country in order to examine cases of presumed sexual abuse. These procedures lead to highlight intervention and judgement mistakes which confirm the lack of uniformity in the followed guide-lines. The main mistakes are: the widespread verifying attitude of some experts who take the initial hypothesis as true even though they don’t have an effective confirmation, the overestimation of the symbolic meaning, the confusion between therapeutical and legal task.

The descriptive elements of the abuse provide useful information to understand the complexity of subjects related to sexual abuse. These elements concern the type of sexual abuse, its frequency, intensity and duration, the victim’s individual features, the type of relationship between the victim and the abuser, the reaction of other people to this abuse. They also concern the cognitive indicators (anomalous sexual knowledge for the victim’s age), physical indicators (defloration, bruises, …), and behavioural/emotional indicators (fear, depression, disturbed sleep…). Furthermore in this section of the volume we can find the main themes connected to the rehabilitation and treatment of people involved in sexual abuse: punitive and redressive interventions are listed in order to show the more appropriate techniques for the child’s rehabilitation.

In order to point out the problems one can incur when following not appropriate procedures in the examination of the child who has probably been victim of an abuse, the book presents data regarding researches on memory and witnessing of children.

Since remembering is part of a reconstructive mechanism – and not of a reproductive one – and the description of a past event is the result of the combination of pieces of information gathered in memory at different times, it is blameworthy and counterproductive to hear many times the same children as witnesses and to subject them each time to new leading questions, incurring the risk of modifying the memory of the original event or of building completely false memories of facts which never occurred but have been engendered by this information. The writers invite to consider the pliability of children’s memory and to proceed on the basis of professional schemes without improvising interviews, in order to avoid the most common danger, that is to say, the filtering influence suggestion in the construction of false memories.

Ray Bull, one of the experts who have elaborated in Great Britain the national guide-lines related to the procedure to be followed in the examination of cases of presumed sexual abuse on children, provides some generalities about the techniques of the interview. He suggests not to conduct an interview without an appropriate planning which must consider the child’s age, his/her level of linguistic, his/her cognitive and communicative development and even the time elapsed between the crime and the first interview. An appropriate preparation of the operators together with the respects of the phases of the interview (establishing a relation with the little witness; letting him/her give free account; formulating open, specific, closed or suggestive questions; using anatomical dolls and other supports) is, with no doubt, the necessary condition for a succesful interview.

The "Cognitive Interview" (IC) is one of the specific techniques suggested for the examination and the interview in order to help the professionals to get more careful and complete accounts by a witness. By describing the different phases of the interview related to the mental reconstruction of the physical context of the crime (i.e. reporting all the information even though in a fragmentary way; reminding, by changing the perspective and starting from different points of view; trying to remember, by starting from different moments, for instance from the end or from the half), the expert of this method, Amina Memon, explains the advantages of the IC technique and the several obstacles to its application to very young children who find it difficult to understand the suggested remembering techniques (i.e. changing the order or the perspective). At this point the reader is suggested to use at least one of the interviewing techniques, as a part of a more complete investigating interview.

In a particular way, the policemen and the judge for preliminary inquiries who conducts the interview during the protected witnessing are invited to reflect upon the way in which the interviews are conducted in our Country, by comparing some important points of the guide-lines suggested in Great Britain. The presented lines sum up the reference criteria which are necessary to conduct a videotaped interview in the correct way. For instance, it is important to fix the aims of the interview before it is made or to fix its duration according to the child’s needs.

After having thus outlined the techniques of the interview and the results obtained in the last years by psychological research about witnessing, the book shows a section on the analysis of the content of children’s witnessing. In this section, the authors explain the "Statement Validity Analysis", a technique evaluating the truthfulness of the witness of the young victim of an abuse, which has been conceived by Undeutsch in Germany and developed by Max Steller.

The main purpose is to present this technique – which is nowadays widespread in Italy as well – as a not yet standardized instrument (and thus not comparable to a real test), which can anyway provide valid information on the truthfulness of the witness’s account, if used in a sufficiently competent way. The knowledge of this technique is desirable in order to face the examination of cases of presumed abuse from the right viewpoint and, for this reason, a general plan of its phases is provided: examination of the information related to the case, half-structured intertview of the child, C.B.C.A. (Criteria-Based Content Analysis) of the written interview, examination of the validity of further information on the case.

The final part of the volume contains the example of an Italian case in which the Criteria-Based Content Analysis was applied and a large review of the last results of researches, related to the examination of the child’s witness and to the use of the C.B.C.A. technique in other Countries. This section wishes to offer information about the way of developing the analysis of the content as well as about its scientific validity.

"Witnessing in cases of sexual abuse on children" aims to be a spur to establish in Italy a more scientific and professional approach in the examination of the young witness; the operators must acquire a furhter knowledge and reflect upon the focus of the child’s witness psychology, often highlighted by the author Mazzoni in the volume: linked to the young witness: the witnessing can cause the child to change his/her memory of the event but, if well conducted, it can turn the child into a trustworthy witness.

Serena Pezzati
Dipartimento di Psicologia
Università degli Studi di Torino

 

 

 

 

Lloyd Sally A.,Emery Beth C. SAGE,2000
THE DARK SIDE OF COURTSHIP: PHYSICAL AND SEXUAL AGGRESSION

 

Donne reali, storie reali, parole reali a testimoniare quello che Sally Lloyd e Beth Emery chiamano il lato "oscuro" del corteggiamento. Le due autrici in questo libro ridefiniscono ed estendono le nostre conoscenze sulle dinamiche dell'aggressione fisica e sessuale nel corteggiamento, dando voce a quelle donne che l'hanno subita e che molto spesso sono ideatrici delle ricerche condotte in materia. Le protagoniste del libro sono, infatti, giovani donne, che raccontano la propria storia con l’intento di contribuire alla prevenzione della violenza fisica e sessuale contro le donne, nella speranza che nessun altro sia costretto a vivere e provare ciò che esse stesse hanno vissuto e provato.

Fino ad oggi si è sempre parlato di violenza domestica, facendo riferimento a coppie sposate o comunque conviventi, ed è stato trascurato il problema delle aggressioni nelle prime fasi di una relazione, la cui incidenza, secondo le statistiche, è sempre più allarmante. Dalle informazioni raccolte attraverso due protocolli di intervista specificamente ideati da Thompson (1992) (Physical Aggression interview Protocol e Sexual Aggression Interview Protocol, presenti in appendice) si è visto, infatti, che molte donne confessano di essere state picchiate già durante il periodo del corteggiamento, che anzi, in alcuni casi, questi episodi erano molto più gravi prima del matrimonio. Poiché numerose ricerche hanno mostrato come le violenze che precedono il matrimonio siano destinate a continuare anche in seguito, le ricerche sulla fase del corteggiamento sono particolarmente utili nel campo della prevenzione primaria.

Il principale motivo di interesse di questo libro, che può essere annoverato tra le numerose ricerche sulla violenza nei rapporti di coppia, è costituito da un cambio di prospettiva teorica. Il tema dell’aggressione sessuale all’interno dei rapporti affettivi viene, infatti, affrontato secondo tre orientamenti da sempre considerati contrapposti e mutuamente escludentisi, ma che le due autrici, pioniere in questo senso, riuniscono in una sola cornice teorica: le teorie femministe, quelle relazionali e quelle costruttiviste-sociali. Se le prima due sono già state utilizzate in molti studi sull’aggressione, la prospettiva del costruzionismo sociale è raramente adottata.

Le storie di queste donne inducono a ridefinire l'aggressione durante il corteggiamento in termini di abuso dell'uomo nei confronti delle donne. Il metodo principale utilizzato per studiare questi fenomeni è stato il CTS (Conflict Tactics Scale) strumento che evidenzia i comportamenti aggressivi più frequenti, ma che ha lo svantaggio di non evidenziare chi dia inizio all'aggressione, chi sia il responsabile ed in particolare il contesto della relazione affettiva stessa.

Nell’introduzione al libro, le autrici affermano che, se si dovessero includere nella definizione di aggressione sessuale tutti i tipi di interazione sessuale non volontaria, una percentuale di donne compresa tra il 45% e il 75% potrebbe essere considerata vittima di aggressione. Vanno perciò alla ricerca di variabili che possano spiegare ed aiutare a comprendere questo drammatico fenomeno.

Vengono identificate e sottolineate quelle che possono immediatamente essere identificate come le fondamentali differenze tra la violenza maschile e quella femminile, soffermandosi sul fatto che la violenza femminile ha per lo più carattere "difensivo", costituendo dunque una risposta alla violenza maschile. Per capire, inoltre, il differente esercizio della violenza da parte di uomini e donne, bisogna accuratamente analizzare il contesto all’interno del quale la violenza si manifesta e le conseguenze dell’uso dell'aggressività nelle relazioni sentimentali. Per quanto riguarda i differenti tratti di personalità riscontrati in donne "aggressive" e donne "non aggressive", poi, è evidente, secondo le autrici, come molto spesso queste caratteristiche psicologiche non siano che effetti dell'aggressione stessa. Tra questi troviamo una minore stima in sé, un minor senso di auto-efficacia, un maggiore isolamento sociale, ma anche stress, depressione, introversione e sintomi associati ai disturbi post traumatici da stress.

Secondo le autrici è possibile identificare dei fattori relazionali predittivi di aggressione fisica o sessuale. Questi sono: fobia sociale, disfunzioni sessuali, abuso di alcool o droghe, cui si associano, sl piano somatico, insonnia, mal di testa e disordini gastrointestinali.

La rete sociale sembra giocare un ruolo chiave nel sostenere e costruire regole di comportamento nella coppia (su come e quando "aggredire", come e quando non farlo); per questo che le autrici riconoscono quale variabile fondamentale l'isolamento sociale di entrambi i membri della coppia: aggressore e vittima. L’isolamento è tanto importante nelle dinamiche dell’abuso che l'aggressore sistematicamente cercherà di tagliare i ponti con la famiglia della partner e con gli amici , lo stesso farà la vittima.

Il terzo ed il quarto capitolo presentano i risultati di 2 studi qualitativi sulla violenza nel periodo del corteggiamento: il primo riguarda l’aggressione fisica, il secondo quella sessuale. Particolare importanza è data dalle autrici alla dinamica delle relazioni che circondano la perpetrazione dell'aggressione ed al modo in cui le protagoniste attribuiscono senso e significato alle traumatiche ed inaspettate vicende del corteggiamento (o delle relazioni più durature).

In particolare il terzo capitolo analizza le storie di 20 donne bianche di classe media dell'età di 21 anni circa che avevano subito violenza fisica: tra queste 17 erano studentesse di college, 2 sposate; tutte erano coinvolte in relazioni affettive durate circa 2 anni. Le loro esperienze di abuso risalivano a quando avevano 18 anni circa e 19 donne al momento dell'intervista non frequentavano più i loro partner. La maggior parte delle protagoniste riferiva che i primi episodi di violenza si erano verificati a causa di banali conversazioni alla fermata dell'autobus con uno sconosciuto (gelosia), per aver indossato abiti "sbagliati", per aver rifiutato avances sessuali o in seguito ad un’ubriacatura del partner.

Nel quinto capitolo del libro, infine, vengono tratte le conclusioni generali circa le regole di controllo, di comunicazione interdisciplinare e circa le modalità e le ragioni per cui queste donne abbiano taciuto per lungo tempo.

Chiara Vendramini

 

 

 

 

Aldert Vrij Wiley,Chichester, 2000
DETECTING LIES AND DECEIT

 

"Non è una cosa semplice sbugiardare chi sta mentendo. Quanti e quali sono i canali che possono convogliare il messaggio menzognero? A quale conviene prestare attenzione? Quali sono i segni rivelatori?" (Gulotta, 1996, p.235) L’ultimo libro di Aldert Vrij costituisce un ulteriore tentativo di trovare una risposta soddisfacente a queste domande. Autore di fama internazionale, noto per i suoi studi sul rapporto tra menzogna e comportamento non verbale, Vrij raccoglie in questo libro tutte le più recenti ricerche anglosassoni sul tema della menzogna, analizzando tre diversi "segnali di menzogna", ai quali corrispondono le tre parti di cui si compone il libro: comportamento non verbale, comportamento verbale e risposte fisiologiche.

La menzogna, intesa come un deliberato tentativo, che può avere successo o meno, di instillare in un altro una credenza che si ritiene falsa, è, secondo Vrij, parte essenziale, in alcuni casi indispensabile, delle nostre interazioni sociali quotidiane, come dimostrano tutta una serie di esempi tratti dall’etologia, dalla storia, dalla cronaca americana. Bisogna dunque smontare lo stereotipo secondo il quale "mentire è male": se dicessimo tutta la verità in ogni circostanza, qualsiasi relazione sociale ne risulterebbe irrimediabilmente compromessa.

A partire da questa considerazione di fondo Vrij analizza, nel capitolo introduttivo, differenti tipi di menzogna (falsità, esagerazioni, mezze-verità), affrontando anche l’interessante tema della diversità di menzogna tra uomini e donne: indipendentemente dalla frequenza con cui queste vengono raccontate, gli uomini tenderebbero a dire un maggior numero di menzogne self-oriented (autocentrate o egoistiche), mentre le donne direbbero prevalentemente menzogne other-oriented (eterocentrate o altruistiche). Vrij fa notare poi come le caratteristiche di personalità influenzino il tipo di menzogna detta e la sua efficacia: diverso sarà mentire per un manipolatore (come il Principe di Machiavelli), per un attore, per un introverso o per chi cerchi di superare la propria ansia aderendo al contesto in cui si trova. Mostra, infine, come le persone siano meno abili di quanto credano nello scoprire le menzogne: anche coloro che per professione sono tenuti a farlo, come ispettori di dogana o poliziotti, spesso commettono errori e la loro abilità nello scoprire gli inganni non supera quella della gente comune. Con l’unica eccezione degli agenti dei Servizi Segreti - che nelle ricerche raggiungono elevate percentuali di successo nel riconoscimento della menzogna - davanti all’inganno si è tutti uguali: in parte perché non esiste un comportamento menzognero tipico, in parte perché le regole della conversazione ci mettono nella condizione di chi si aspetta sincerità dagli altri (non inganno), o forse perché il giudizio umano è spesso affetto da distorsioni, in particolare laddove, in situazioni complesse, si ricorre all’utilizzo di euristiche.

Non è possibile, secondo Vrij, stabilire una netta distinzione tra il comportamento di chi mente e quello di chi è sincero: esso varia da individuo a individuo e, nello stesso individuo, in diverse situazioni e contesti. Non esistono indicatori comportamentali specifici della menzogna, come il naso di Pinocchio, nonostante molte persone - doganieri, poliziotti, giornalisti e genitori, fra gli altri - sostengano il contrario. Il modo di mentire di una persona cambierà a seconda della complessità della menzogna (più o meno preparata), del grado di motivazione (un uomo che abbia tradito sua moglie sarà più motivato a mentire di chi, non volendo mangiare una certa pietanza, inventi di avere già mangiato) e della posta in gioco (come dimostrano le studiate affermazioni di Bill Clinton circa il caso Lewinsky, quelle di Saddam Hussein nel periodo della guerra del Golfo e quelle di Nixon nel corso dello scandalo Watergate).

Essendo però il comportamento non verbale meno controllabile rispetto a quello verbale, i segnali non verbali possono fornire un valido aiuto nella scoperta della menzogna: non perché rimandino direttamente ad essa (come potrebbe fare un naso che si allunga), quanto nel loro farci notare, indirettamente, contraddizioni, nervosismo, "stranezze" che, ulteriormente approfondite, possono rimandare ad un tentativo di menzogna. Gli studi sul comportamento non verbale nella menzogna, che occupano tutta la prima parte del libro, mostrano l’esistenza di tre diversi tipi di approcci al tema: alcuni ricercatori, infatti, analizzano la menzogna soffermandosi maggiormente sulle emozioni che evoca (senso di colpa, paura, ansia); altri si concentrano sugli sforzi fatti per mascherare il proprio inganno dietro un atteggiamento "da onesto"; altri ancora intendono la menzogna come un compito cognitivamente complesso che evoca un preciso comportamento non verbale. Ciascuno di questi approcci fornisce, però, differenti previsioni circa il comportamento non verbale di colui/colei che mente: secondo alcuni, ad esempio, mentire richiede un tale sforzo intellettuale da ridurre l’apporto corporeo alla comunicazione e dunque la gestualità; secondo altri, invece, chi mente si troverebbe in una situazione di agitazione e stress che porterebbe in primis proprio ad un aumento della gestualità. Solo in generale, dunque, si può parlare di indicatori vocali (esitazioni ed errori nell’eloquio, tono di voce, numero di parole pronunciate in un determinato arco di tempo, ecc.); facciali (guardare in viso il partner, sorridere, chiudere gli occhi) e corporei (auto-toccamenti).

Nella seconda parte del testo Vrij si sofferma sul comportamento verbale, ossia sui contenuti espressi da una persona che sta mentendo. Ci sono cose che chi mente dice o evita di dire? Sembra che chi mente tenda a fare affermazioni negative anziché positive, a fare scarso riferimento a se stesso, a dare risposte brevi, ad essere indiretto ed a sembrare meno plausibile: in questo campo gli studi, rispetto a quelli sul comportamento non verbale, mostrano un elevato grado di accordo.

Vrij passa allora ad illustrare gli strumenti che consentono di analizzare il grado di veridicità di un’affermazione. Introduce così lo Statement Validity Assessment, strumento specificamente ideato per la valutazione delle affermazioni di bambini all’interno di processi per abusi sessuali, che sembra oggi promettente anche in caso di adulti. Lo SVA si compone di un’intervista strutturata; della CBCA o Criteria-Based Content Analysis, fondata sul presupposto che affermazioni circa eventi vissuti si differenzino da affermazioni riguardanti eventi inventati rispetto a 19 variabili - non sempre utilizzate in toto - comprendenti numero di dettagli, coerenza, plausibilità, emozioni espresse; Validity Check-list, ossia una lista di 11 criteri per la standardizzazione della CBCA.

Lo SVA viene analizzato criticamente, mostrando i risultati delle numerose ricerche - sperimentali e sul campo - condotte in merito alla sua accuratezza. Vrij ne mostra le virtù, ma anche i limiti, considerando l’elevato numero di variabili (anche esterne) che ne influenzano l’applicazione, rendendo la valutazione soggettiva: per questo motivo ne suggerisce un utilizzo critico e consapevole all’interno di quei tribunali degli USA e dell’Europa occidentale (Germania ed Olanda) che se ne servono, soprattutto laddove allo SVA sia conferito valore di prova.

Proprio i limiti della CBCA, hanno reso necessaria l’ideazione di un nuovo strumento che, oltre ad includere "criteri di menzogna" - non solo di veridicità - potesse essere utilizzato con gli adulti ed in situazioni diverse da quelle di abuso sessuale. Il Reality Monitoring, relativamente nuovo, è stato costruito al fine di rispondere a queste richieste e si fonda sull’idea che un evento vissuto in prima persona lasci un ricordo qualitativamente diverso da un evento solo immaginato: il primo conterrà informazioni percettive, contestuali ed affettive; il secondo vedrà il prevalere degli elementi cognitivi - ragionamenti e riflessioni - su quelli percettivi. Date queste sue caratteristiche il Reality Monitoring sembra essere più adatto agli adulti - nei bambini è più difficile distinguere tra fantasia e realtà - e per eventi recenti piuttosto che lontani nel tempo.

La terza parte del libro riguarda le modificazioni fisiologiche (pressione sanguigna, sudorazione delle mani, battito cardiaco…) che si accompagnano alla menzogna. Il penultimo capitolo è interamente dedicato al poligrafo, che registra l’attività fisiologica (e le sue variazioni) in un soggetto sottoposto a domande rilevanti (ossia inerenti l’imputazione: "Hai rubato tu la telecamera?), di controllo (Ti è mai capitato di rubare qualcosa?) e neutre (Ti chiami John?). Vrij ne spiega dettagliatamente l’utilizzo e, citando numerosi studi sul campo, ne mette in luce i limiti, con vividi esempi di innocenti ritenuti colpevoli, di colpevoli ritenuti innocenti, di innocenti disposti a dichiararsi colpevoli all’esito negativo della prova, in nome dell’infallibilità del poligrafo.

Utilizzato negli USA ed in Israele, il poligrafo è estremamente discusso e visto con scetticismo nell’Europa occidentale: bandito dalla Gran Bretagna è invece usato come prova in alcuni tribunali degli Stati Uniti. Poiché le modificazioni dell’attività fisiologica possono essere dovute a cause ben diverse dal voler mentire, e poiché chi mente con abilità può cercare di ingannare lo stesso poligrafo - conclude Vrij - nella determinazione della colpevolezza il poligrafo deve essere affiancato ad altri elementi probatori.

Sono molti i punti in comune tra questo libro ed il Trattato della menzogna e dell’inganno, pubblicato da Gulotta e De Cataldo nel 1996: primo fra tutti la consapevolezza che la menzogna è parte del vivere quotidiano. Gulotta e De Cataldo si chiedevano: "Potremmo vivere senza mentire, senza ingannare, senza "essere mentiti ed ingannati"? E ne ricercavano le ragioni sociali e psicologiche con esempi che andavano dall’arte al processo penale, dalla testimonianza, alla letteratura, dallo spionaggio, alla pubblicità, alla scienza, alla politica, alla vita quotidiana. Anche nel Trattato della menzogna e dell’inganno si analizzava un’estesa gamma di indagini socio-psicologiche alla ricerca di indizi affidabili di menzogna o di sincerità. Anche lì una parte notevole della trattazione era dedicata a vagliare metodi "scientifici" per la scoperta della verità: il poligrafo, l’ipnosi ed i test.

Rispetto allo studio di De Cataldo e Gulotta, mancano, però, nel testo di Vrij la prospettiva sistemica e quella narratologica, quel principio costruttivista che riconduce la realtà, non più oggettiva, ma fuzzy ed evanescente, alla produzione conversazionale e contestualizzata di soggetti interagenti. Nel Trattato della menzogna e dell’inganno la menzogna sfuggiva a pretese classificatorie, alle gabbie teoriche della scienza ufficiale, per essere negoziata e continuamente ridefinita all’interno di specifici contesti situazionali e relazionali. Là era in primo piano l’indeterminatezza che contraddistingue la realtà sociale, pirandellianamente intesa e le scienze attuali. La menzogna prendeva corpo e si riempiva di vita nei racconti di Anais Nin, nelle parole di Boccaccio e di Goebbels, in quelle di noti politici italiani e di pentiti, negli slogan pubblicitari, nelle cronache sportive e nelle frasi tratte dalla comune vita di coppia.

Il testo di Vrij, completo ed esaustivo è, in questo senso, un tipico esempio di saggistica anglosassone: a partire da un vasto panorama di recenti ricerche, approfondisce ogni aspetto teorico in maniera puntuale, rigorosa e scientifica, indicando punti di arrivo e punti di partenza per ulteriori studi, dipingendo zone di luce e zone d’ombra nella nostra conoscenza della menzogna e della verità.

Conclude lo stesso Vrij: "Scoprire le menzogne è difficile. Perciò la lettura di questo libro non migliorerà necessariamente le vostre abilità nella scoperta della menzogna. Esso è stato ideato con l’intento di accrescere la vostra conoscenza della menzogna, cosa che vi aiuterà a scoprire la menzogna stessa" (Vrij, 2000, p.15)

 

Barbara Forresi
Dipartimento di Psicologia
Università degli Studi di Torino

 

Jackson J.L., Bekerian D.A., Offender profiling. Theory, research and practice, Wiley, Chichester, West Sussex, England, 1997;

Turvey B., Criminal profiling. An introduction to behavioral evidence analysis, Academic Press, San Diego, California, 1999; Holmes R.M., Holmes S.T.,

Omicidi seriali. Le nuove frontiere della conoscenza e dell’intervento, Centro scientifico editore, Torino, 2000;

Montet L., Tueurs en série. Introduction au profilage, Presses Universitaires de France, Paris, 2000.


 

Questi quattro libri riguardano una tecnica investigativa, che di recente ha assunto un notevole rilievo e che viene chiamata "profilo psicologico del criminale". Con questa tecnica si cercano di evincere le caratteristiche del colpevole di delitti seriali o particolarmente violenti e o senza motivo apparente dalle tracce sensibili, che restano a seguito dell’esecuzione di questi crimini. Questi segni si traggono, per esempio, dalle modalità dell’esecuzione, dal tipo di ferite inferte, dal comportamento geografico e spaziale del reo prima e dopo il crimine (vicino alla propria casa, lontano dalla propria casa), dalle caratteristiche della vittima, ecc. e ciò serve a condurre all’identificazione del criminale sconosciuto nella migliore delle ipotesi, oppure ad individuare alcune piste investigative. La tecnica può avvalersi, dunque, di contributi della criminalistica, della medicina legale, della vittimologia, della psicologia e della psichiatria forense. In questi libri, ove vi sono numerosi esempi di applicazione del profilo psicologico, si tende a migliorare i processi inferenziali dell’investigatore offrendogli un "sapere che" e un "sapere come", contribuendo a creare una "mentalità indiziaria". Si tratta di affinare una capacità di ragionamento del tipo "se" … "allora" (se il criminale ha agito con molta violenza, allora è facile che abbia già tenuto comportamenti violenti). Appaiono essenzialmente due anime dell’analisi del profilo criminale: una di tipo accademico, che tende a costituire questa tecnica in modo scientifico, avvalendosi anche del supporto e dell’assistenza di tecniche informatiche ed una più esperienziale per lo più di detectives. Lo stato dell’arte della materia segnala l’esigenza che di fronte all’analisi del profilo criminale vengano maggiormente utilizzati contributi della psicologia sociale, interpersonale, della personalità e della devianza. In questo momento le caratteristiche di personalità utilizzate sono spesso costruite ad hoc in modo disancorato dai risultati più avanzati della ricerca psicologica.

Esiste ancora, dunque, uno scollamento tra l’esperienza investigativa e i risultati della ricerca empirica nelle scienze psicosociali. Allo stato differenti profiler non delineano lo stesso profilo della persona da ricercare.

Occorre dire, per la verità, che gli studi, per esempio criminologici, sono quasi sempre tesi a stabilire se un soggetto che abbia certe caratteristiche, per esempio nell’età giovanile, possa intraprendere una carriera criminale, quindi, si tratta per lo più di ricerche di carattere predittivo. La ricerca in criminologia si chiede, considerate le caratteristiche di una persona, quale possa essere il suo comportamento futuro e cioè si basa su studi epidemiologici su vasta scala, che correlano la devianza adulta a quella minorile. Nella ricerca investigativa ci si chiede, invece – visto un certo crimine – quali possano essere le caratteristiche dell’autore. Il problema è che dalle ricerche sulla devianza si evince che molto spesso i criminali non sono specializzati in un crimine, ma hanno recidive di tipo aspecifico. Attualmente sono inesistenti teorie criminologiche, che possano dire quali tipi di persone commettano un determinato tipo di crimine, scegliendo un determinato tipo di vittima. Inoltre, studi di psicologia cognitiva ci dicono che siamo più abili a trarre delle inferenze da avvenimenti ripetuti che da avvenimenti unici, il che è un limite, considerato che molti crimini efferati con autore ignoto non sono seriali.

I metodi tradizionali di investigazione, sono appena sufficienti perché l’assenza di rapporti precedenti con la vittima e spesso di un motivo apparente (questi crimini, talvolta, vengono definiti predatori perché il criminale va a caccia di umani per violentarli o ucciderli) rende difficile le indagini, dato che solitamente nei casi, per es., di omicidio, si rivolgono soprattutto all’ambiente della vittima.

Si tratta di stabilire delle correlazioni tra il comportamento criminale e le caratteristiche del reo. Per esempio, la letteratura ci dice che i casi di crimine più gravi sono commessi da persone che hanno dei precedenti di agggressione. Le persone sembrano avere delle mappe mentali che, nel caso dei criminali, lo portano a tenere un certo comportamento territoriale. Un certo modus operandi sia prima, che durante, che dopo il crimine.

Secondo la psicologia investigativa, dunque, l’indagine dev’essere relazionale tra gli oggetti e le persone, funzionale per vagliare la finalità delle azioni, temporale per vagliare quando è successo, geografica, cioè deve tener conto del comportamento territoriale del criminale prima e dopo il fatto criminoso e dell’eventuale ricorsività spaziale.

Guglielmo Gulotta

 

 

 

Anna Maria Di Paolo Laurus Robuffo, Roma, 2000
Elementi di Intelligence e tecniche di analisi investigativa
 

Questo volume - che porta la prefazione del Procuratore Nazionale Antimafia Piero Luigi Vigna e del Direttore della Direzione Investigativa Antimafia, Generale Carlo Alfiero - è stato concepito per le forze di polizia. Tuttavia, esso contiene indicazioni che possono essere utili sia a pubblici ministeri, che ad avvocati i quali, a seguito di provvedimenti legislativi recenti, si vedono attribuire competenze investigative che ancora non hanno appreso nella pratica. Oltre a spiegazioni circa le inferenze induttive, deduttive e abduttive, che rientrano nel campo della psicologia cognitiva, il volume offre una serie di esemplificazioni pratiche che utilizzano grafici, diagrammi di flusso e tabelle, molto utili per congegnare una investigazione efficace.

Guglielmo Gulotta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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ALPA G., La cultura delle regole. Storia del diritto civile italiano, Laterza, Bari, 2000.

Il libro presenta una sintesi della storia del Diritto Italiano, a partire dalla cultura giuridica di fine Settecento fino alla metodologia formalista, prevalente nel Novecento. Si descrive la frattura politica del Fascismo e quella successiva della forma repubblicana, che hanno inciso sul fluire del Diritto Civile, di cui è rimasta però intatta la struttura istituzionale. Si analizzano quindi i grandi rivolgimenti degli anni ’70, nonché l’avvento del mercato comune. Fattori sociali ed economici, dimensioni politiche, esigenze della teoria e della prassi costituiscono il substrato, che si intravede dietro la cristallizzazione di regole legislative e regole giurisprudenziali.

 

BRAMBILLA E., Alle origini del Santo Uffizio. Penitenza, confessione e giustizia spirituale dal Medioevo al XVI secolo, Il Mulino, Bologna, 2000.

 

A partire dalla storia della giustizia penale spirituale, risalente al Tardo Impero Romano, il saggio affronta le questioni attinenti la nascita nel 1542 del Tribunale del Santo Uffizio. Quali sono i suoi caratteri nuovi e quali gli elementi di continuità con l’inquisizione delegata papale? Qual è la posizione di questo tribunale, specializzato nella repressione del dissenso, rispetto alle altre istanze della giustizia "spirituale"?. Fulcro del sistema penale spirituale del tempo erano i "casi riservati", peccati – reati gravi, che si dovevano perseguire nel foro "esterno" e contemporaneamente in quello "interno", sia in giudizio che in confessione.

 

Centro nazionale di documentazione ed analisi per l’infanzia e l’adolescenza; Centro di documentazione per l’infanzia e l’adolescenza, Regione Toscana; Istituto degli Innocenti, Firenze (a cura di),Rassegna bibliografica infanzia e adolescenza, Istituto degli Innocenti, Firenze, 2000.

 

La rivista bibliografica, a periodicità trimestrale, si propone di costituire un organo dedicato alla segnalazione commentata delle principali pubblicazioni italiane in tema di infanzia e di adolescenza, siano esse semplici articoli o monografie.

Tra i soggetti proposti ricordiamo: abbandono degli studi, aborto, abuso sessuale sui minori, adolescenti a rischio, adozione, affidamento, anoressia nervosa, ascolto del minore, assistenza, bambini emigrati, bambini in affidamento familiare, bambini ospedalizzati, bambini svantaggiati, bullismo, comportamenti a rischio, disturbi psichici, disabilità, divorzio, educazione civile, morale e sessuale, famiglie di fatto, fecondazione eterologa, genitori, giovani, identità, interesse del minore, interruzione volontaria di gravidanza, interventi sociali, lavoro minorile, maternità, minori imputati, paternità, paura, prevenzione, processo penale e civile, procreazione assistita, prostituzione, psicoterapia, relazioni familiari, scuola, servizi educativi e residenziali, sessualità, suicidio, televisione, tossicodipendenza, turismo sessuale, violenza sessuale.

Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per gli Affari Sociali, Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva 2000-2001

 

Con questo opuscolo la Presidenza del Consiglio dei Ministri porta a conoscenza della cittadinanza il programma di interventi a favore dell’infanzia e dell’adolescenza, che viene stilato con cadenza biennale

Tale programmazione di azioni comprende fra i suoi punti la nuova legge sulle adozioni internazionali, gli interventi contro il lavoro minorile, lo sfruttamento e la violenza sessuale.

 

 Indicatori europei dell’infanzia e dell’adolescenza, Pianeta Infanzia, questioni e documenti, Quaderni del Centro Nazionale di documentazione ed analisi per l’infanzia e l’adolescenza, Firenze, Istituto degli Innocenti, N°13, gennaio 2000.

La rivista, realizzata in collaborazione con la Presidenza del Consiglio dei Ministri - Dipartimento per gli Affari Sociali, si propone di esaminare gli indici statistici di fonti statistiche comunitarie (Eurostat, in particolare) relativi all’infanzia e all’adolescenza, facendo riferimento alla situazione di singoli Paesi europei, quali Francia Germania, Regno Unito e Spagna.

Il confronto con i dati nazionali e regionali precedentemente pubblicati nel quaderno N°5 viene sviluppato in questa sede.

I temi su cui si sviluppa il confronto fra le varie situazioni nazionali sono: la popolazione, i minori stranieri, i minori e la famiglia, i matrimoni e i divorzi, le nascite, le interruzioni volontarie di gravidanza, mortalità infantile generale e nel primo anno di vita, la pre-scuola, l’istruzione, l’AIDS pediatrico, i suicidi, le tossicodipendenze, gli incidenti stradali, la criminalità e la giustizia.

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GOLOMBOK S., Parenting: what really counts?, Routledge, London, 2000.

The book examines the scientific evidence on what really matters for children’s healthy psychological development. The first part considers whether it is necessary to have two parents, a father present, parents who have a genetic link with their child, or parents who are heterosexual. Part two explores the psychological processes, that underlie optimal development for children, particularly the quality of the child’s relationship with parents, other family members and the wider social world. Contrary to common assumptions, Susan Golombok concludes that family structure makes less difference to children’s psychological development than day-to-day experiences of family life.

DYER F. J., Psychological consultation in parental rights cases, The Guilford Press, New York, 1999.

This volume delineates current legal and clinical guidelines for practitioners involved, as expert witnesses, in parental rights cases. Authoritative coverage of relevant statutes, case law, and professional standards is integrated with current psychological theory and research. The book guides step-by-step though the process of typical parental rights cases. Chapters present significant findings on the psychological impact of foster care, separation, loss, abuse and neglect and describe instruments and techniques to assess parenting skills and child attachment.

MOONEY J., Gender, violence and the social order, Macmillan Press, Houndmills, 2000.

The volume provide a thorough introduction to contemporary social theory (classicist criminology, positivism) by examining the way, in wich the widespread existence of violence against women is explained. A wide range of theories from liberalism to evolutionary psychology are considered, culminating in the development of a distinctive feminist position.

MC GUIRE J., MASON T., O’KANE A. (edited by), Behaviour, crime and legal processes. A guide for forensic practitioners, Wiley, Chichester, 2000.

This book reflects the need to provide an overview of psychological knowledge and its forensic applications and implications, to psychology students and to related professional disciplines, such as psychiatry, nursing, policing, law, prison work and probation.

Behavioral sciences applied to forensic and legal contexts; Psychology and police investigation; Factors influencing witness evidence; Decision-making in legal settings; Explanations of offence behaviour; Psychosis and offending; Risk assessment and prediction; Treatment of sexual deviation and aggression; Treatment approaches with mentally disordered.

BOTKIN J. R., MCMAHON W. M., PICKERING FRANCIS L. (edited by), Genetics and criminality. The potential misure of scientific information in court, A.P.A., Washington, 1999.

As scientist come closer to identifying genetic markers for human behavior, society is challenged to determine how reliable these findings might be and whether they can be used to solve real-life problems. If there are specific genes that predispoSe people to violence, how should the courts use this genetics informations? Does it matter, in prosecution and sentencing, whether a genetic predisposition to criminallity exists? How should we weigh this information against environmental influences, such as poverty on phisical abuse? This book examines these questions by considering the perspectives of leaders in science, medicine, law and philosophy, perspectives that don’t neatly intersect.

 

SUNSTEIN C. R. (edited by), Behavioral law & economics, Cambridge University Press, Cambridge, 2000.

This volume analizes law by looking at how people actually behave. Marking the birth of a new field, one that combines the study of law with cognitive psychology and behavioral economics, the book offers a new perspective on many of our most disputed current legal issues, such as labor strikes, environmental protection and punitive damages. It explores the impact of human nature on legal matters ranging from tax compliance and voting behavior to corporate finance and crime. Ultimately it shows how, with a clearer knowledge of human behavior, we might be better able to predict the actual effects of law – and to assess the real and potential, role of law in society.

PRINS E., Will they do it again? Risk assessment and management in criminal justice and psychiatry, Routledge, London, 1999.

The author considers the issue of public protection within a broad context of risk in society generally, examining the concerns arising in contemporary society from dealing with uncertain. It is argued that public fear over the danger posed by the mentally disordered is at odds with the evidence, and that much of the concern is focused on a small number of high - profile cases. Prins goes on to examine such cases where their management has failed and sets out suggestions for improvements in practice. The book cuts through popular misunderstanding and media hype over risk to give a clear, unbiased picture of the real risks to society from the mentally disordered and how best they can be contained and managed; it will prove invaluable to a range of practitioners involved in the field of criminal justice, psychiatry and psychology.

 

 

 

 

 

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