Richard
Rhodes
PERCHE’
UCCIDONO
Le scoperte di un criminologo indipendente.
Garzanti
Libri S.p.A., 2001, pagg. 418
Coerentemente alla maggior parte dei suoi
libri aventi per oggetto la violenza umana nelle sue molteplici manifestazioni,
Richard Rhodes, giornalista e scrittore, vincitore di un Premio Pulitzer e di
altri prestigiosi riconoscimenti, divulga col presente testo i risultati degli
studi effettuati da Lonnie Athens -criminologo americano – nei confronti di un
centinaio d’autori di crimini violenti.
Proprio
nel testo di quest’ultimo infatti, intitolato The
Creation of Dangerous Violent Criminals (1992), Rhodes intravede una
risposta credibile ed autorevole alla ricorrente domanda sulle ragioni prime del
comportamento umano violento discontandosi in parte dalle molteplici spiegazioni
d’ordine morale, sociale, genetico o neurologico fino ad ora prospettate.
La
teoria sostenuta da Athens sembra consentire, per l’appunto,
non solo il superamento di alcuni luoghi comuni, quale ad esempio la
teoria che intravede le ragioni profonde di tale comportamento nell’impulsività
dovuta a motivazioni inconsce e predeterminate, ma anche l’individuazione di
alcune fasi fondamentali in tema di strutturazione della personalità violenta.
L’analisi bibliografica, comportamentale e della documentazione penitenziaria
del campione analizzato e l’elevata sequenza di interviste approfondite a
predetti soggetti ha infatti permesso, al ricercatore, di isolare alcuni comuni
elementi motivazionali e di identificare ripetuti percorsi formativi verso tale
comportamento delittuoso.
L’interpretazione
che ne deriva, secondo quanto suggerito dallo stesso Rhodes, parrebbe sostenere
non solo l’originalità della tesi ma anche il ruolo importante che tali
scoperte potrebbero ricoprire sul piano della prevenzione e del controllo di
questa forma di criminalità.
Passando
ora all’analisi del volume sembra doveroso evidenziare come la prima parte di
questo, trattandosi in sostanza di una biografia del criminologo, si soffermi a
lungo sull’infanzia traumatica e sull’adolescenza violenta vissuta dallo
stesso ricercatore. Tale periodo infatti, per quanto possa essere risultato
problematico, si rivelerà successivamente fondamentale per lo studioso ai fini
della comprensione dei comportamenti criminali violenti tanto che, a distanza di
tempo, lo stesso Athens metaforicamente affermerà che: “non occorre avere
necessariamente problemi di cuore o qualche altra terribile malattia per
scoprirne la cura...ma si devono perlomeno vedere, toccare, annusare ed
esaminare dei veri cuori malati se si spera di imparare qualcosa su di loro”.
Profondamente
ispirato dalle tesi di Mead – psicologo sociale – e di Blumer – sociologo e
tenace sostenitore del fatto che l’analisi delle variabili, all’epoca molto
in voga, tralasciasse le c.d. “storie di vita”-, il lavoro di Athens si
sviluppa pertanto attraverso una serie di interviste semi-strutturate a
criminali violenti (circa un centinaio di detenuti presso alcuni Istituti
Penitenziari statunitensi) e ad un successivo esame del materiale raccolto.
L’esito dell’incrocio e della comparazione
delle informazioni anamnestiche e documentali di tali soggetti (autori di
violenze, aggressioni ed omicidi) conduce così il criminologo ad affermare che
la peculiarità di questa categoria di delinquenti sta “nell’interpretazione
del mondo in modo diverso rispetto ai loro vicini rispettosi della legge” e
che proprio da tale differente interpretazione ne emerge la violenza quale
frutto di una scelta decisionale e non di un’improvvisa esplosione
comportamentale.
Tale coraggiosa conclusione, sostenitrice del
fatto che questi soggetti elaborano coscientemente piani di azione violenti
prima del passaggio all'azione, contraddice direttamente le teorie scientifiche
allora prevalenti sulla condotta criminale violenta - tra le molte si ricordano
quelle di Banay, Tanay, Lester, Wolfgang e Ferracuti - ribaltandone totalmente
le conclusioni.
Athens
afferma, in sostanza, che le interpretazioni che gli attori violenti danno delle
situazioni durante la commissione dei loro crudeli gesti evolvono attraverso una
comune serie di passaggi. Il perpetratore valuta innanzitutto l’atteggiamento
della vittima, ovvero <assume l’atteggiamento dell’altro> - per dirla
con George Herbert Mead –, e ne attribuisce un determinato significato. In
seguito ingaggia un dialogo con sé stesso, consultando implicitamente le figure
indicative di cui ha interiorizzato gli atteggiamenti, per decidere se
l’atteggiamento presunto della vittima debba scatenare o no un comportamento
di tipo violento. Infine, nel caso in cui si dia una risposta positiva, egli
scatena la propria violenza nei confronti della vittima.
Il
libro di Rhodes prosegue poi nella descrizione delle quattro possibili tipologie
di interpretazione delle situazioni violente che sono state identificate da
Athens.
La
prima di queste prevede, nel dettaglio, che un attore violento formi
un’interpretazione di tipo difensivo – c.d. di <difesa fisica> -
interpretando inizialmente l’atteggiamento della vittima come il prodromo (o
l’avvio) di un attacco fisico e convincendosi poi della necessità di una
risposta di tipo aggressivo. Ciò pare principalmente dettato dal fatto che il
soggetto vede la forza come l’unico mezzo per impedire che un’altra persona
infligga danni fisici a lui o ad un’altra persona a lui intima.
Il
secondo tipo di interpretazione viene invece definita dal ricercatore come <frustrativa>
poiché dettata dalla resistenza o dal ripetuto tentativo di convincimento da
parte della vittima alla cooperazione; in tale modo l’emozione predominante
del perpetratore è quella della rabbia dovuta alla frustrazione delle sue
originarie intenzioni.
L’interpretazione
<malefica> deriva viceversa da una valutazione ribaltata della vittima,
ovvero come colei che lo sminuisce o lo offende; essa viene considerata malvagia
e pertanto punibile solo con un’azione di tipo violento. L’emozione
predominante in questo caso è l’odio.
Infine
esiste il tipo c.d. <frustrativo-malefico> che combina le caratteristiche
delle due precedenti classificazioni. La resistenza frustrante o l’insistenza
della vittima porta il perpetratore a concludere necessariamente che la vittima
stessa sia malvagia o malefica e meritevole, di conseguenza, di una risposta
violenta.
Ovviamente
non è detto che tutti coloro che effettuano tali tipi di interpretazioni
portino a compimento l’impetuoso atto criminale: Athens propone perciò tre
possibili linee di sviluppo. La prima, definita <linea fissa di
indicazione>, è vista come una sorte di tunnel dalla quale il perpetratore,
effettuata un’iniziale interpretazione violenta della situazione, non riesce
ad uscirne se non attraverso un’azione ugualmente brutale. La seconda
possibilità è sostanzialmente <un giudizio di contenimento>: l’attore
violento ridefinisce la situazione e, sulla base della nuova definizione, riesce
a decidere di agire in modo diverso lasciando cadere il piano d’azione
aggressivo precedentemente formulato. Infine il terzo possibile sviluppo è un
<giudizio sovrapposto> ed avviene qualora un attore considera
momentaneamente di non mettere in atto il piano di azione violento, formando di
fatto un giudizio di contenimento, per poi ridefinire la situazione e giudicare
che questa richieda assolutamente un’azione impetuosa.
In
breve, conclude Athens, nelle situazioni violente studiate i soggetti hanno
sempre considerato, deciso e scelto quando e dove agire in modo aggressivo
interpretando le situazioni con paura, rabbia o addirittura odio al pari di
chiunque altro; tuttavia gli attori violenti differiscono da questi nel fatto di
decidere di agire in modo violento.
La
chiave di tale teoria sembra dunque sussistere ora in quel processo decisionale,
antecedente alle interpretazioni, che porta le predette persone a conclusioni
tanto diverse.
Athens
imposta la spiegazione di tale sviluppo sul presupposto che “le persone sono
ciò che sono per il risultato delle esperienze sociali significative vissute
nel corso delle proprie vite” ma anche che “le esperienze sociali si
costruiscono spesso sulla base delle precedenti esperienze in modo tale da farne
intuire un determinato processo di sviluppo”.
Il
criminologo in tal guisa, per quanto continui a sottolineare la maggiore
consistenza numerica delle persone che iniziano il processo rispetto a quelle
che lo portano a termine, espone, ad integrazione della sua teoria, quattro fasi
del processo definito di <violentizzazione>, ovvero di quel meccanismo
attraverso cui le persone, nel corso delle esperienze della loro vita, possono
accedere alla successiva fase dello sviluppo della violenza.
La
prima di queste, definita <brutalizzazione>, è composta da tre esperienze
più elementari: la sottomissione violenta, l’orrificazione personale, e
l’addestramento violento. Tutte e tre implicano, ciascuna a modo suo, che una
persona subisca un trattamento aspro e crudele per mano altrui e che questo
produca un impatto durevole e radicale nel prosieguo delle loro vite. Nel
dettaglio la <sottomissione violenta> avviene quando alcune figure di
fiducia o particolarmente autoritarie, appartenenti ad uno dei gruppi primari
del soggetto, usano la violenza o costringono il soggetto a sottomettersi alla
loro autorità (es. la coercizione). Nell’<orrificazione personale>,
invece, il soggetto non subisce direttamente una sottomissione violenta ma
testimonia alla somministrazione di questo trattamento ad un’altra persona
membra, anch’essa, del suo gruppo primario (es. parente o amico molto
stretto). Infine, nell’<addestramento violento> al soggetto viene
assegnato il ruolo di novizio violento da parte di una persona facente parte del
suo gruppo primario il quale, generalmente in maniera informale ed implicita, lo
stimolerà continuamente a generare una condotta violenta.
Proprio
al termine della prima fase il soggetto – secondo quanto esposto da Athens -
rimane profondamente turbato, disturbato ed ansioso di sapere il motivo di tale
trattamento; esso si convince progressivamente dell’esistenza di un futuro
gravido di rischi verso cui lui si sente impotente ed umiliato. In tale fase
infatti, definita della <belligeranza>, l’individuo così a lungo
brutalizzato sceglie di adottare una soluzione che, per quanto ancora
condizionata dal fatto di commettere atti di grave violenza solo in reazione ad
eccessive provocazioni, attende ora solo il momento del passaggio all’atto.
Questo,
allorché accadrà, condurrà sicuramente il soggetto ad una serie di conflitti
che non segneranno ancora il passaggio alla fase successiva, quella definita
della <prestazione violenta>, fin tanto che l’individuo stesso non
comprenderà appieno il significato del proprio successo.
Il
rispetto, il timore e la celebrità che tali azioni comporteranno per il
soggetto cronicizzeranno infine la scelta di tale modalità comportamentale
finché il passaggio ad una risoluzione violenta, non più mitigata,
segnerà il passaggio definitivo all’ultima delle quattro fasi della
violentizzazione: la <virulenza>. Il soggetto, in tale momento è pronto
ad attaccare fisicamente le persone con l’intenzione di ferirle gravemente o
di ucciderle alla minima provocazione, divenendo così un criminale
ultraviolento.
Nella
terza parte del volume Rhodes opera, inizialmente, un’attenta verifica della
tesi sostenuta dal criminologo attraverso l’analisi di alcuni noti autori di
crimini violenti, quali ad esempio Mike Tyson, Perry Smith e
Lee Harvey Oswald, su cui il ricercatore non si era soffermato,
effettuando altresì un accertamento sul loro processo di violentizzazione.
Secondariamente
indaga, e lo fa con estrema padronanza, il medesimo processo comportamentale nel
corso delle diverse epoche e
culture ricavandone, purtroppo, la conferma di quanto la violentizzazione sia in
realtà sempre stata un meccanismo universale di formazione dei bambini all’età
adulta, ovverosia un preciso strumento di induzione alla sopravvivenza
all’interno delle c.d. <comunità malefiche>. Tale meccanismo tuttavia,
per quanto sia risultato necessario all’adattamento nel periodo di sussistenza
di comunità prevalentemente malvagie, appare in realtà poco funzionale
nell’ambito delle nostre società, ove i soggetti propriamente detti violenti
si affermano esclusivamente come disadattati sociali che prestano attenzione ed
agiscono unicamente secondo l’imperatività delle loro rispettive <comunità
fantasma>
Queste
ultime, infatti, contengono in nuce la
spiegazione fornita da Athens sul comportamento umano violento e sul perché
tali soggetti riescano ad assegnare significati diversi e aggressivi alle
proprie esperienze personali. La <comunità fantasma>, in estrema sintesi,
non va a rappresentare il c.d.<altro generalizzato> - ovvero
l’atteggiamento dei membri della comunità incorporato nel proprio sé,
secondo meadeliana concezione – bensì il luogo in cui gli attori violenti
trovano le giustificazioni per il proprio tipo di risposte.
Un
ultimo tassello teorico che, opportunamente ripreso da Rhodes nella parte
conclusiva del volume, viene ampiamente trattato nei contributi più recenti del
criminologo aventi per oggetto la costruzione e la ricostruzione della
personalità umana. Proprio in tali saggi Lonnie Athens riesce a chiosare il
proprio studio con la dimostrazione che “le persone violente giungono alla
violenza attraverso quegli stessi processi universali, il soliloquio e il
cambiamento drammatico del sé, che conducono il resto di noi al conformismo, al
pacifismo, alla grandezza, all’eccentricità o alla sanità” comportandone,
peraltro, la stessa responsabilità nelle scelte.
Il
libro di Rhodes termina infine con un tentativo di applicazione delle scoperte
del criminologo americano nell’ambito della repressione e della prevenzione
dello sviluppo della criminalità violenta. L’autore si sofferma,
innanzitutto, sulla elevata attenzione sociale che dovrebbe essere prestata
all’infanzia, all’età scolastica e adolescenziale in quanto momenti
particolari di nevralgica importanza. Durante tali periodi, infatti, sarebbero
opportune da un lato costanti proposte di sviluppo di <comunità fantasma non
violente> e, dall’altro, strumenti di contrasto a quelle <violente>
in formazione. La scuola dovrebbe poi – sempre secondo Rhodes - indirizzare
gli studenti belligeranti a programmi collettivi di riabilitazione evitando
pericolosi degradi verso un processo divenuti ormai irreversibile perché giunto
a completamento.
In
conclusione l'Autore ammonisce che: “se la violenza è in molti casi una
scelta, e dunque una responsabilità personale, il nostro fallimento nel
proteggere i minori da dover affrontare una simile scelta è, a sua volta, una
scelta che noi facciamo”.
Raffaele Bianchetti
(Cattedra
di Criminologia, Università degli Studi di Milano)