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Organo Ufficiale della Fondazione Guglielmo Gulotta di Psicologia Interpersonale Investigativa Criminale e Forense.


 

Archivio > Anno XV n.2 > Processi

Giurisprudenza di legittimità

Corte Costituzionale, sent. 170/2014

La Corte Costituzionale, con la decisione dell’11.6.2014:

1) dichiara l’illegittimità costituzionale degli artt. 2 e 4 della legge 14 aprile 1982, n. 164 (Norme in materia di rettificazione di attribuzione di sesso), nella parte in cui non prevedono che la sentenza di rettificazione dell’attribuzione di sesso di uno dei coniugi, che provoca lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio, consenta, comunque, ove entrambi lo richiedano, di mantenere in vita un rapporto di coppia giuridicamente regolato con altra forma di convivenza registrata, che tuteli adeguatamente i diritti ed obblighi della coppia medesima, con le modalità da statuirsi dal legislatore;

2) dichiara, in via consequenziale, l’illegittimità costituzionale dell’art. 31, comma 6, del decreto legislativo 1° settembre 2011, n. 150 (Disposizioni complementari al codice di procedura civile in materia di riduzione e semplificazione dei procedimenti civili di cognizione, ai sensi dell’articolo 54 della legge 18 giugno 2009, n. 69), nella parte in cui non prevede che la sentenza di rettificazione dell’attribuzione di sesso di uno dei coniugi, che determina lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione del matrimonio celebrato con rito religioso, consenta, comunque, ove entrambi lo richiedano, di mantenere in vita un rapporto di coppia giuridicamente regolato con altra forma di convivenza registrata, che tuteli i diritti ed obblighi della coppia medesima, con le modalità da statuirsi dal legislatore.


Giurisprudenza di merito

Tribunale di Milano, Sez. IX Civ., 16.4.2014

Riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio – opposizione al riconoscimento – procedimento ex art. 250 c.c. – autorizzazione al riconoscimento e provvedimenti sui rapporti genitoriali – autorizzazione al riconoscimento e provvedimenti sui rapporti genitoriali – sentenza parziale di autorizzazione al riconoscimento – successiva fase giudiziale previa acquisizione della prova dell’intervenuto riconoscimento (art. 250 c.c.).

Il provvedimento giudiziale che autorizza il padre al riconoscimento del figlio nato fuori dal matrimonio si limita ad autorizzare il genitore istante a riconoscere il minore, ma non equivale a riconoscimento: non è infatti possibile escludere che la parte, pur avendone l’autorizzazione, non dia corso al riconoscimento, proprio e anche in ragione delle determinazioni giudiziali relative all’affidamento e al mantenimento, con la conseguenza che le statuizioni adottate, anche eventualmente in via provvisoria, rimarrebbero prive di effetto in una situazione di efficacia quiescente rimessa alla volontà discrezionale della parte. Tale situazione non è compatibile con l’efficacia propria dei provvedimenti giurisdizionali e rischia di determinare una situazione di potenziale pregiudizio per il minore con l’introduzione nella sua vita di una figura che poi non lo riconosce. Ne deriva che, nell’interesse superiore del minore a vedersi riconosciuto immediatamente dal genitore, e in modo genuino, si deve procedere ad autorizzare il riconoscimento con una pronuncia parziale, disponendo la prosecuzione del giudizio in modo da consentire alla parte ricorrente di versare in atti la prova dell’avvenuto riconoscimento e di adottare poi, eventualmente espletati i necessari accertamenti, tutti i provvedimenti ex art. 315-bis e 262 c.c. come previsto dall’art. 250 comma 2 ultimo capoverso c.c., introdotto dalla Legge 219/2012.

 

Tribunale per i minorenni di Napoli, 1.4.2014

Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia – Corte EDU – diritto alla bigenitorialità – avversione verso il genitore non affidatario

Recependo i criteri esposti nella Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia di New York (1989, ratificata con legge n. 176 del 27.5.1991), e in particolare l’art. 3 (“l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente”), l’art. 9 (“gli Stati parti rispettano il diritto del fanciullo separato da entrambi i genitori o da uno di essi, di intrattenere regolarmente rapporti personali e contatti diretti con entrambi i suoi genitori, a meno che ciò non sia contrario all’interesse preminente del fanciullo”) e l’art. 12 (“gli Stati parti garantiscono al fanciullo capace di discernimento il diritto di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa; tali opinioni vanno debitamente prese in considerazione, tenendo conto della sua età e del suo grado di maturità”) e le indicazioni della Corte EDU (“in materia di affidamento di un minore figlio di genitori separati, va stabilito un giusto equilibrio tra l’interesse del figlio a vivere in un ambiente sereno e quello del genitore non affidatario a mantenere con lui rapporti frequenti”), il giudice sottolinea come il figlio minore goda del diritto alla bigenitorialità, ma non abbia il dovere di rapportarsi con tutti e due i genitori quando da ciò gliene derivi un rilevante pregiudizio. Il Tribunale cita inoltre il principio affermato dalla giurisprudenza di legittimità (sent. Cass. civ. n. 317 del 1998) secondo cui il fatto che un figlio minore adolescente provi sentimenti di avversità o ripulsa verso il genitore non affidatario giustifica anche la totale sospensione degli incontri tra il minore e quel genitore, indipendentemente dalle eventuali responsabilità di ciascuno dei genitori e dalla fondatezza delle motivazioni addotte dal minore, al fine di valutare se il prosieguo degli incontri con il genitore avversato potrebbe portare a un superamento dell’animosità iniziale senza gravi traumi psichici o, al contrario, a una dannosa radicalizzazione della stessa.

Nel caso di specie, poiché le criticità della relazione padre-figlia sono peggiorate nel tempo, nonostante i molteplici interventi del tribunale, il giudice ha sancito che il diritto di visita debba essere esercitato dal padre liberamente secondo il desiderio e la volontà della minore. Inoltre avendo accertato da parte della madre della minore un atteggiamento ostativo del normale esercizio da parte del padre del suo ruolo genitoriale, il giudice l’ha ammonita affinché riesca a collaborare nel recupero del rapporto figlia-padre, desistendo da atteggiamenti e comportamenti pregiudizievoli. Infine l’ha condannata altresì a una sanzione (determinata in € 5.000) per il danno non patrimoniale cagionato alla minore[Nella sezione “Articoli” è disponibile un approfondimento su tale decreto a cura della dott.ssa Condorelli].



 

 


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