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Organo Ufficiale della Fondazione Guglielmo Gulotta di Psicologia Interpersonale Investigativa Criminale e Forense.


 

Archivio > Anno XVI n.1 > Processi

Giurisprudenza di legittimità  

Corte di Cassazione, sez. III Penale, 1 aprile 2014 (dep. 18.9.2014), sent. n. 879
 
Carta di Noto – Linee guida – protocolli – dichiarazioni minore – vizio di motivazione
 
La sentenza ricorda che l’inosservanza delle linee guida indicate nella Carta di Noto durante l’esame del minore vittima di abusi sessuali non determina la nullità o l’inutilizzabilità della prova, né è un motivo fondato per considerare inattendibili le dichiarazioni, ma può tradursi in un vizio di motivazione. Peraltro, molte delle indicazioni contenute nel documento sono presenti negli articoli del codice, quindi le conseguenze della loro violazione è disciplinata dal codice di rito. I giudici ritengono che alcuni articoli della Carta di Noto, invece, fanno riferimento a prescrizioni per le quali non esistono analoghe previsioni nel codice di rito, per esempio quelle relative alle modalità ritenute scientificamente e metodologicamente più adatte a garantire la genuinità delle dichiarazioni, preservandole dal rischio, anche involontario, di contaminazioni e manipolazioni. Le linee guida assumono quindi particolare valore non nella fase di assunzione estrinseca della prova, ma in quella successiva della valutazione. La Corte indica come il giudice non possa esimersi dal considerare le acquisizioni proposte dalla comunità scientifica: pur non essendo vincolato al rispetto delle indicazioni suggerite dalle linee guida, è comunque tenuto a indicare la motivazione per la quale ritiene attendibile una dichiarazione assunta in violazione delle prescrizioni della Carta di Noto. Allo stesso modo, la difesa è tenuta a indicare con precisione quali norme siano state violate e quali conseguenze possono essere state determinate da tale mancato rispetto dei protocolli.
 
 
Corte di Cassazione, sez. III Penale, 2 luglio 2014 (dep. 18.9.2014), sent. n. 2059
 
Accertamenti tecnici non ripetibili – menzogna nel bambino – indicatori menzogna
 
I giudici della Suprema Corte hanno accolto il ricorso di un uomo, condannato in primo e secondo grado per il reato di violenza sessuale ai danni della nipote, minore degli anni 10. Gli aspetti di rilievo rintracciabili in questa pronuncia sono numerosi. La Corte segnala che con un soggetto in età evolutiva sarebbe opportuno, benché non normativamente imposto, che, in assenza di particolari esigenze di segretezza delle indagini, il pubblico ministero disponesse l’accertamento ai sensi dell’art. 360 c.p.p. in tema di accertamenti tecnici non ripetibili o attraverso l’incidente probatorio: questo perché da un lato un bambino in fase evolutiva modifica rapidamente le strutture mobili della sua personalità, dall’altro perché ciò consentirebbe di evitare una duplice analisi. La Corte precisa altresì che è un errore ritenere che i piccoli testimoni non mentono mai: i bambini ricorrono alla menzogna, seppure con modalità, competenze e intenti diversi dagli adulti; la difficoltà è relativa all’identificazione di tale atteggiamento, perché se quanto narrato risulta plausibile, non esiste alcun indicatore in grado di stabilire che sta mentendo. I giudici riflettono sul fatto che spesso il bambino, nel tempo, amplifica il narrato e descrive condotte bizzarre; d’altra parte i genitori sono portati ad interpretare in chiave sessuale episodi neutri. I giudici stessi, talvolta, rischiano di incappare nell’errore cognitivo della visione a tunnel, tale per cui a partire dalla convinzione che un dato evento sia accaduto, non considerano gli elementi che lo disconfermano. Concludono puntualizzando sull’implausibilità che i genitori non si siano accorti degli eventi traumatici che per anni la bambina avrebbe subito, e nemmeno degli esiti fisici che avrebbe necessariamente dovuto riportare: in particolare, la Corte precisa che non si può credere che episodi fisicamente e psicologicamente traumatici si siano verificati e ritenere ininfluente la mancanza di loro riscontri.
 
 
Corte di Cassazione, sez. I Civile, 6 febbraio-7 ottobre 2014, sent. n. 21101
 
Principio del contraddittorio – ascolto del minore – riconoscimento figlio nato fuori dal matrimonio
 
In tema di consenso espresso dal genitore che ha riconosciuto per primo il figlio nato fuori dal matrimonio affinchè l’altro genitore possa a sua volta riconoscerlo, i giudici di legittimità hanno stabilito che il mancato ascolto del minore, che non sia sorretto da espressa motivazione sull’assenza di discernimento che ne può giustificare l’omissione, costituisce violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo poiché il minore stesso è portatore di interessi diversi da quelli del genitore. La Corte d’Appello ha pertanto sbagliato nel decidere di non procedere all’audizione senza indicare alcuna motivazione di incapacità del minore, tanto che l’omissione dell’ascolto ha inficiato il procedimento per cui si impone la cassazione del provvedimento impugnato e il rinvio alla Corte d’Appello.
 
 
Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza 4 - 21 novembre 2014, n. 24830
  
Violenza domestica – lesioni personali – separazione coniugale con addebito
 
Nel 2010, in primo grado, il Tribunale ha dichiarato la separazione dei coniugi con addebito al marito e, affidando congiuntamente i figli ai genitori, ha fissato la residenza della figlia presso la madre e del figlio presso il padre. Il marito ha fatto ricorso chiedendo l’annullamento dell’addebito, ma la Corte di appello ha respinto tale ricorso, pertanto il marito ricorre per Cassazione, che dichiara inammissibile e infondato il ricorso dato che la separazione è stata addebitata a causa del comportamento violento nei confronti del coniuge che ha provocato alla moglie gravi lesioni personali. Inoltre, poiché tali eventi lesivi si sono verificati in tempi vicini alla crisi di coppia che ha condotto alla separazione, la Corte d’Appello ha ritenuto l’ascrivibilità ad essi della intollerabilità della prosecuzione della convivenza.
 
 
Giurisprudenza di merito
 
Tribunale per i Minorenni di Roma, 30 giugno-30 luglio 2014, sent. n. 299
 
Adozione in casi particolari – orientamento sessuale – interesse dei minori
Il Tribunale per i minorenni di Roma ha accolto la richiesta di una donna di adottare la figlia biologica della propria convivente applicando l’istituto dell’adozione in casi particolari previsto dalla legge 184/1983, che consentendo l’adottabilità anche quando non ricorrano le condizioni di cui al primo comma dell’art. 7 della stessa legge, ha ampliato il novero dei soggetti legittimati ad adottare e ha semplificato la procedura di adozione. La Corte osserva che sarebbe stato illegittimo respingere la domanda solo ed esclusivamente a motivo dell’orientamento sessuale: ciò sarebbe stato in aperto contrasto con la lettera e la ratio della norma nonché con i principi costituzionali e diritti fondamentali garantiti dalla CEDU. Sottolinea inoltre che la bambina è nata e cresciuta con la ricorrente e con la compagna di questa, madre biologica della minore, instaurando con loro un legame inscindibile che nulla ha di diverso rispetto a un vero e proprio vincolo genitoriale, tanto che negare alla bambini i diritti e i vantaggi che derivano da questo rapporto costituirebbe una scelta non corrispondente all’interesse della minore, posto che oltretutto nel caso di specie non si tratta di concedere un diritto ex novo, ma di garantire la copertura giuridica di una situazione esistente da anni. Inoltre, se uno dei motivi per i quali la legge indica nelle coppie coniugate il nucleo maggiormente idoneo per l’adozione dei minori, è costituito dalla stabilità, così come sostenuto dalla corte Costituzionale stessa, non sembra che nel caso di specie vi siano elementi in contrasto posto che le due donne convivono da più di 10 anni e hanno contratto matrimonio in uno Stato in cui ciò è consentito.
 
Tribunale di Roma, sez. I Civile, sentenza 27 giugno 2014
 
Tutela della bigenitorialità – affido condiviso – sbilanciamento della prole in favore di un genitore
 
Il Giudice ha stabilito che il genitore che provoca lo “sbilanciamento” della prole in suo favore a danno dell’altro genitore può essere ammonito e condannato a una sanzione amministrativa, anche se la condanna non è stata richiesta dalla controparte, con l’obiettivo di tutelare i figli alla bigenitorialità. Nel caso di specie, la madre viene considerata il motore delle difficoltà relazionali della figlia con il padre a causa di una visione negativa di quest’ultimo agli occhi della figlia, che pare sbilanciata verso l’area materna. La minore infatti, pur non opponendo un netto rifiuto a incontrare il padre, lo ha progressivamente “messo all’angolo” evitando le occasioni di incontro adducendo pretesti. Il giudice rileva come il percorso di sostegno alla genitorialità, suggerito nella relazione di Ctu, non abbia avuto i risultati auspicati essendo stato interrotto per volontà della madre: ciò, unitamente alla permanenza del conflitto, dimostra che la coppia non è mediabile, tanto più che la madre aveva e ha ancora un minore interesse alla mediazione considerato che l’operazione di triangolazione posta in essere da lei nei confronti della figlia era già stata realizzata, avendo la minore finito con l’introitare ritenendolo proprio il punto di vista materno nei confronti della figura paterna. Il Giudice precisa inoltre che anche qualora la madre non avesse avuto alcun ruolo nel processo di triangolazione, sarebbe stato comunque suo compito attivarsi al fine di consentire il giusto recupero da parte della figlia del ruolo paterno non soltanto spingendola verso il padre anziché avallando i pretesti per sottrarsi agli incontri programmati o addirittura suggerendo programmi alternativi, ma recuperando la positività dell’altra figura genitoriale nel rispetto delle decisioni da questa eventualmente assunte e delle caratteristiche temperamentali. La condotta della madre viene considerata essere ostacolante il funzionamento dell’affido condiviso a causa dei suoi atteggiamenti sminuenti e denigratori della figura paterna.

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