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Organo Ufficiale della Fondazione Guglielmo Gulotta di Psicologia Interpersonale Investigativa Criminale e Forense.


 

Archivio > Anno XVII n.1 > Processi

GIURISPRUDENZA DI LEGITTIMITA’

  • ·         Cassazione Sez. III civile, n. 4792 del 26.2.2013

Consulenze civili – consulente deducente – consulente percipiente – nesso di causa – fattori causali – conoscenze tecniche – competenze tecniche

In tema di consulenze civili, i giudici di legittimità hanno precisato che “quando i fatti da accertare necessitano di specifiche conoscenze tecniche, il giudice può affidare al consulente non solo l’incarico di valutare i fatti accertati (consulente deducente), ma anche quello di accertare i fatti stessi (consulente percipiente)”. In questo secondo caso, la Cassazione ritiene infatti che “la consulenza costituisce essa stessa fonte oggettiva di prova”. Nei casi di accertamento della responsabilità medica la consulenza è di questo secondo tipo, in quanto le conoscenze tecniche specialistiche sono necessarie non solo per comprendere i fatti, ma anche per rilevarli, proprio perché per individuarli sono richieste “specifiche cognizioni e/o strumentazioni tecniche”. Nell’accertamento del nesso di causa – prosegue la Cassazione – “la consulenza svolge un ruolo centrale, e nell’individuare i fattori causali, positivi e negativi, in gioco, e nel dare spessore e contenuto alla probabilità sulla base delle conoscenze scientifiche”.

Testo della sentenza

 

  • ·         Cassazione Sez. III penale, n. 17394 del 27.4.2015

Prostituzione - web

La sentenza esplicita come qualsiasi attività sessuale posta in essere dietro corrispettivo di denaro vada considerata prostituzione, anche se tra prostituta e cliente non vi è contatto fisico, anche se si trovano in luoghi diversi, purchè sussista un’interazione diretta e immediata che permetta la richiesta di determinati atti o prestazioni sessuali. Può dunque essere considerato atto di prostituzione anche se avviene via webcam o in videoconferenza.

 

  • ·         Cassazione Sez. I civile, n. 15138 del 20.7.2015

Rettificazione dati anagrafici – variazione di sesso – intervento chirurgico

I giudici di legittimità hanno stabilito che non è necessario sottoporsi al trattamento chirurgico di adeguamento dei caratteri sessuali primari per poter ottenere la rettificazione dei dati anagrafici.

Commento a cura della dott.ssa Nike Casazza

 

 

GIURISPRUDENZA DI MERITO

  • ·         Tribunale di Cosenza, proc. 296/2014

Alienazione parentale – rapporti con i genitori – condizionamento programmato nei confronti dei figli minori – disturbo relazionale

Il Collegio giudicante ha recepito la necessità di allontanare i figli minori dalla madre, considerata inidonea per aver posto in essere un condizionamento programmato nei confronti dei figli teso a determinare un allontanamento fisico e psicologico di questi dal padre, al fine di consentire ai minori di “emanciparsi dalla dipendenza psicologica che hanno sviluppato nei suoi confronti”. Il Collegio ha altresì evidenziato l’impossibilità di collocarli presso il padre, genitore che i minori “hanno alienato rifiutandolo come padre”. È stato pertanto disposto l’affido esclusivo di entrambi al padre e il collocamento, per un periodo di 6 mesi, presso una struttura di accoglienza specialistica, dove i minori potranno incontrare i genitori, separatamente, almeno due volte la settimana nel corso del primo trimestre, e tre volte la settimana durante il trimestre successivo, con l’assistenza e la partecipazione degli assistenti sociali, che nel frattempo formuleranno un intervento sul nucleo famigliare.

Commento a cura della dott.ssa Carlotta Bertocchi

 

  • ·         Tribunale di Treviso, sent. n. 3547 del 18.6.2015

Il giudice rigetta la richiesta di condanna di una consulente tecnica d’ufficio al risarcimento danni a favore della signora L.F., madre di due bambini che sono stati affidati in via esclusiva al padre. La consulente è stata accusata di grave negligenza professionale per aver sostenuto la presenza di una Sindrome da Alienazione Parentale: a seguito di tale sua consulenza, il Tribunale avrebbe deciso per l’affidamento esclusivo al padre. I giudici ritengono che “il contenuto della consulenza (…) non possa essere ricondotto a grave negligenza professionale: ciò sia sotto il profilo della oggettiva natura controversa della classificazione clinica e della legittimità della adesione da parte del consulente ad un orientamento piuttosto che ad un altro; sia in considerazione del fatto che, in ogni caso, anche a voler aderire alla dottrina che esclude la configurabilità di una sindrome in senso tecnico, è comunque pacifica e universalmente riconosciuta l’esistenza della pericolosità per l’equilibrio del minore dei comportamenti alienanti posti in essere da uno dei genitori. Ritenere il contrario equivarrebbe ad affermare che, in presenza di irrisolto contrasto giurisprudenziale, è ispirata a grave negligenza professionale la condotta di un magistrato che aderisca a uno dei due orientamenti contrastanti”.

Testo della sentenza

 

  • ·         Corte d’Appello di Brescia, sez. per i minorenni, proc. 103/2013

PAS – alienazione parentale – genitore bersaglio – affidamento ai servizi sociali

Il presente decreto conferma l’affidamento del minore ai Servizi Sociali e il collocamento presso il padre a causa di una situazione di alienazione parentale in cui il genitore bersaglio (il padre) era vittima di atti comportamentali e verbali gravemente spiacevoli posti in essere ai suoi danni dal genitore alienante (la madre) e il figlio. In merito al controverso riconoscimento dell’esistenza della PAS, i giudici ritengono che “il fatto che altri esperti neghino il fondamento scientifico di tale sindrome non significa che essa non possa essere utilizzata quanto meno per individuare un problema relazionale molto frequente in situazione di separazione dei genitori, se non come una propria e vera malattia. Più volte è stato ritenuto in decisioni giurisprudenziali che l’atteggiamento del bambino che rifiuta l’altro genitore, per un patto di lealtà con il genitore ritenuto più debole, può condurlo a una forma di ‘invischiamento’ capace di produrre nella sua crescita non solo una situazione di sofferenza, ma anche una serie di problemi psicologici alienanti”. Ciò che va verificato è se la sofferenza e i disturbi manifestati dal minore siano da attribuire alla madre, che ne sarebbe responsabile in quanto li avrebbe determinati con i suoi comportamenti, e la presente pronuncia conclude asserendo che “da tutte le relazioni, informazioni (…), emerge  lo stato di grave disagio del minore e il suo invischiamento in un conflitto coniugale in cui la madre ha avuto la possibilità di qualificare in modo negativo il marito, tanto da acquisire l’alleanza del figlio. Il rifiuto del predetto non ha altra origine perché non sono state nemmeno ipotizzate attività del padre che possano aver distolto il figlio da qualsiasi dorma di rapporto con lui. La madre in molte circostanze si è manifestata come un soggetto apparentemente collaborativo con gli esperti che hanno seguito la vicenda, ma nella sostanza non ha accompagnato psicologicamente il figlio alla ripresa dei rapporti con il padre, predisponendo il suo comportamento quanto meno ad un’accettazione formale del genitore; lo ha lasciato solo nelle sue difficoltà, non ha ripreso il suo eloquio sconveniente, né gli agiti violenti”.

 

  • ·         Tribunale Ordinario di Roma, sez. I civile, 13.11.2015

La presente pronuncia è in contrasto con quanto stabilito dai giudici di legittimità nel luglio 2015 (sent. n. 13506 del 1.7.2015 – riportata nel numero 2, anno XVI, della presente Rivista) secondo i quali “la prescrizione ai genitori di sottoporsi ad un percorso psicoterapeutico individuale e a un percorso di sostegno alla genitorialità da seguire insieme è lesiva del diritto alla libertà personale costituzionalmente garantito e alla disposizione che vieta l’imposizione, se non nei casi previsti dalla legge, ai trattamenti sanitari”. Il Tribunale di Roma, a fronte dell’elevata conflittualità, ha invece onerato una coppia di “proseguire il percorso di sostegno alla genitorialità già intrapreso sotto la direzione e il monitoraggio dei competenti Servizi Sociali”. I giudici di merito, pur citando la pronuncia della Cassazione, non ritengono che tale indicazione rappresenti una violazione della libertà personale delle parti, poiché “trattasi di un onere, ovverosia di una facoltà che essendo condizionata ad un adempimento non è mai, essendo prevista nell’interesse dello stesso soggetto onerato, obbligatoria tanto è vero che è priva di conseguenze sanzionatorie personali nel caso in cui rimanga inattuata, ricadendone semmai gli effetti sul regime di affido applicabile, sia perché è insuscettibile di esecuzione coattiva trattandosi esclusivamente della condizione posta dal giudice per il raggiungimento della pienezza dei paritetici poteri genitoriali nei confronti dei figli introdotta dalla novella 54/2006, sia perché trattasi dello strumento attraverso il quale si pongono le condizioni per una crescita il più possibile equilibrata e serena della prole in ragione della tutela del superiore interesse del minore che il giudice della famiglia è chiamato in prima istanza a salvaguardare”. L’indicazione a seguire il percorso di sostegno non va dunque inteso come un obbligo, ma come un onere e, come precisato, “la prescrizione terapeutica si traduce necessariamente nell’unico strumento disponibile da parte del giudice per il superamento della conflittualità tra i 2 genitori affinchè possa essere garantita l’equilibrata crescita del minore, nel rispetto del concorrente diritto alla bi-genitorialità in capo a quest’ultimo”.

Testo della sentenza

 

CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO

  • CEDU, sez. IV, sent. del 17.11.2015

Art. 8 – rispetto vita privata e familiare – salvaguardia minori – legame professionale tra genitore e servizi

La Corte ha sanzionato le autorità italiane per violazione dell’art. 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) in un caso in cui un padre non ha potuto esercitare il diritto di vedere il proprio figlio minore, nonostante il tribunale per i minorenni di Bologna glielo avesse ampiamente riconosciuto, a causa di relazioni negative dei servizi sociali e di una psichiatra. La madre del minore lavorava come psichiatra presso quegli stessi servizi sociali ed era in rapporti di confidenza con la collega che aveva scritto le relazioni. I giudici di Strasburgo avevano già sanzionato l’Italia per non aver considerato il legame sussistente tra il consulente incaricato e un genitore (caso Piazzi c. Italia, ricorso n. 36168/09, sent. 2.11.2010) e nella sentenza sottolineano come in questo caso tale legame fosse noto ed evidente, tanto che il padre aveva denunciato la circostanza, aveva chiesto che venisse effettuata una nuova consulenza da parte di un altro professionista e aveva fornito due relazioni a suo favore che escludevano la presenza di un disturbo e caldeggiavano incontri tra padre e figlio. La Corte ritiene che ricorrere a una valutazione indipendente e imparziale sarebbe stato interesse non solo del padre, ma anche e soprattutto del minore e rileva come le autorità italiane non abbiano preso alcun provvedimento adeguato per creare le condizioni necessarie alla completa realizzazione del diritto di visita tra padre e figlio. Specifica altresì che i provvedimenti, per essere adeguati, avrebbero dovuto essere attuati rapidamente, perché l’allungamento dei tempi può avere conseguenze irrimediabili per la relazione tra il minore e il genitore che si vede negato il diritto di frequentare il figlio.


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