home
Organo Ufficiale della Fondazione Guglielmo Gulotta di Psicologia Interpersonale Investigativa Criminale e Forense.


 

Archivio > Anno I n.1 > Processi

1) Corte Assise Milano, 26 maggio 1987, Pres. Passerini, est. Ichino. (art. 85, 578 c.p.)

    Infanticidio

    Imputabilita’

    Psicopatie

    Alterazioni mentali atipiche

    Reazioni cd. a corto circuito

Quando le deviazioni patologiche della personalità sono talmente gravi da assurgere al rango di malattia mentale, deve ritenersi non imputabile quel soggetto che, in una situazione emotiva particolarmente coinvolgente e per effetto delle deviazioni della personalità di cui soffre, commette un fatto criminoso, anche se la sua non imputabilità è solo transitoria. Si veda successivamente la decisione in Appello dello stesso caso.

Fattispecie in cui è stata ritenuta non imputabile, per momentaneo discontrollo delle funzioni superiori dell’Io, una giovane donna madre, che, affetta da turbe della personalit´┐Ż inerenti alla sfera degli affetti ed alla percezione del proprio corpo, aveva ucciso, gettandola dalla finestra, nello sconvolgimento emotivo conseguente al parto e subito dopo questo, la neonata.

2) Corte Ass. App. Milano, sez. I, ud. 2 marzo 1988– Pres. Salvini.(artt. 85, 578 c.p.)
    Non punibilità


    Capacità di       intendere e di volere


    Infanticidio

Non è punibile la madre ventenne che nelle immediatezze del parto, avvenuto improvvisamente e drammaticamente nel bagno della propria abitazione familiare, in preda astato di shock derivato dall’aver portato a termine una gravidanza tenuta nascosta avvenuta in seguito di un concepimento occasionale conseguito ad un rapporto sgradevole con un partner che le fu sostanzialmente indifferente, maturata in un ambiente familiare di origine siciliana di estrazione borghese portata alla rigorosa osservanza di valori tradizionali che comporta il rifiuto della sessualità fuori del matrimonio, abbia gettato il neonato fuori dalla finestra del bagno facendolo cadere sul piano stradale sottostante cagionandogli così lesioni mortali.

Sussiste il vizio totale di mente ove l’imputato abbia posto in essere una condotta crudele, irrazionale, palesemente non preordinata per di più destinata ad essere immediatamente scoperta. Si ha vizio totale di mente ove vi sia una apprezzabile alterazione della mente, anche temporanea, conseguente ad uno stato morboso o patologico, anche se non è esattamente definibile dal punto di vista clinico o diagnostico che privi l’agente della facoltà di esercitare correttamente le funzioni intellettuali e volitive.

La presenza di grande immaturità affettiva e cioè di un aspetto di abnormità psicologica in un aspetto che pone in essere una condotta incomprensibile in chiave di razionalità autorizza a definire il transitorio obnubilarsi dei controlli come condizione palesemente patologica tale da escludere l’imputabilità dell’agente per vizio totale di mente nel caso di infanticidio.

Il verificarsi del parto ove questo sia caratterizzato da assoluta eccezionalità sia per la personalità dell’imputata, impreparata ad affrontarla ed accettarla in rapporto a una situazione di emergenza (doglie improvvise e inaspettate), unitamente alla condotta tenuta nei mesi precedenti di infantile e autosuggestiva negazione della gravidanza che abbia quindi causato un’incalzante alternanza e progressione di incredulità di paura e di angoscia, di dolore fisico e perturbamento morale, autorizza il giudice a ritenere sussistente l’ipotesi di una alterazione psicologica, e nulla rilevando l’impossibilità di una specifica classificazione.

La natura di infermità psichica idonea a compromettere la funzione intellettiva ed abolire quella volitiva sia pure in un momento transitorio e brevissimo, corrispondente alla commissione del delitto esclude che si possa applicare al delitto l’ipotesi degli stati emotivi e passionali che si riferisce invece ad una situazione di semplice turbamento dell’equilibrio psichico conseguente all’insorgenza di fatti che toccano esclusivamente la sfera emotiva (ad esempio la collera e la paura) ovvero traggono origine da sentimenti più radicati e duraturi dell’animo umano (come gelosia l’amore, l’ambizione).
.

Per la rilevanza sociale e giuridica delle tematiche contenute nella sentenza di primo grado, la stessa è stata oggetto di studio e commento in numerose riviste giuridiche, ed è pubblicata, massimata, in: Arch. pen., 1988, p. 606,

Foro it. 1989, II, p. 28 (con nota contraria di G. Balbi) ,

Giur. mer., 1988, II, p. 115 (con nota contraria di Iadecola).

Per la sua eccezionalità e importanza la sentenza di primo grado è anche utilizzata come "Caso n. 30" da G. Fiandaca e E. Musco nel manuale "Diritto penale - parte generale", III ed., 1995, pp 292-293, Ed. Zanichelli, per dimostrare che è possibile attribuire significato patologico anche alle cd. alterazioni mentali atipiche, paradigmaticamente esemplificate dalle psicopatie, ossia di disarmonie della personalità che, in presenza di condizioni di particolare gravità, bloccano le controspinte inibitorie del soggetto e gli impediscono di rispondere in maniera critica agli stimoli esterni. Tipiche degli psicopatici sono ad es. le cd. reazioni a corto circuito, esemplificate dal caso di specie nel quale una giovane donna affettivamente immatura, dopo aver rimosso il suo stato di gravidanza nel periodo della gestazione, sopprime al momento del parto il neonato mediante condotta non controllata delle funzioni superiori dell’"Io". L’indirizzo giurisprudenziale seguito da queste due sentenze resta minoritario e si contrappone a quello cd. medico secondo il quale è considerata infermità mentale solo quella che poggia su base organica e/o che possiede caratteri patologici così definiti da poter essere ricondotto ad un preciso quadro nosografico-clinico.

L’arringa di primo grado e il suo commento secondo la retorica antica, la retorica moderna, le tecniche di argomentazione e la psicologia della persuasione, è stata studiata da:

Luisa Puddu, Argomentare l’incredibile: il tragitto persuasivo di una difesa, in Gulotta G. e collaboratori, Strumenti concettuali per agire nel nuovo processo penale, Giuffrè 1990, pp. 269-320.

 

Corte app. Milano – sez. I – udienza del 15 maggio 1996– Pres. Gnocchi. (Art. 222 c.p.p.)
Incapacità e Incompatibilità del perito

Limiti di applicabilità dell’art. 222 c.p.p. all’ufficio del consulente tecnico (1)

(1) Le preclusioni previste dall’art. 222 c.p.p. riguardano esclusivamente l’ufficio del perito e del consulente di parte nominato in dibattimento, nel contraddittorio e non a quello del consulente tecnico nominato dal pubblico ministero in sede di indagini preliminari. Pure alla fase dibattimentale sono riferite le disposizioni contenute nell’art. 233 c.p.p. che contiene un rinvio espresso all’art. 225 terzo comma, per i casi in cui non essendo stata disposta perizia, le parti esercitano la facolt´┐Ż di nominare propri consulenti tecnici che possono esporre al giudice il proprio parere.

Si riporta parte dell’ordinanza del Tribunale che ha trovato conferma in appello (1):

La neuropsichiatra infantile … omissis … (che opera in un centro a tutela dell’infanzia ndr.) è da considerarsi incaricata di un pubblico servizio. Conseguentemente tale qualifica rende applicabile l’art. 331 c.p.p. (obbligo di riferire all’autorità giudiziaria), per il che la neuropsichiatra infantile non è vincolata dal segreto d’ufficio ed, a maggior ragione, dal segreto professionale; che, comunque, non è dato di ipotizzare la nullità prevista dal comma 1, parte prima, dell’art. 222 c.p.p., dal momento che i rinvii a detto articolo operati dalle norme di cui agli artt. 225 e 233 c.p.p. l riguardanti la consulenza di parte – non prevedono alcuna sanzione processuale e si riferiscono alle disposizioni sulla perizia solo per quanto attiene l’elenco dei soggetti incompatibili e incapaci.

(La difesa aveva sostenuto, sulla base del combinato disposto degli artt. 225 n. 3, 222 lett. d, 233 n. 3 c.p.p., che non può esercitare l’attività di perito nè di consulente tecnico, sia in caso di perizia che di consulenza tecnica, chi ha la facoltà di astenersi dal testimoniare quando esercita una professione alla quale la legge riconosce la facoltà di astenersi nel deporre a causa del segreto professionale. Per questo motivo, poichè chi è o chi è stato psicoterapeuta ha la facoltà di astenersi per ragioni di segreto professionale, non può successivamente esercitare le funzioni di perito o di consulente di parte in processi che riguardano il loro paziente o persone in qualche modo a lui connesse).

In ordine alla possibilità per i consulenti tecnici di parte di assistere allo svolgimento delle attività dibattimentali, si riportano l’ordinanza della IV sez. del Tribunale impugnata dalla difesa dell’imputato e la decisione sul punto del giudice d’appello:

- Sulla questione, proposta dal PM, circa la presenza in aula del consulente tecnico di parte fin dall’inizio del dibattimento e prima di essere chiamato per l’esame;

ritenuto che l’art. 501 comma 1 c.p.p. equipara l’esame del consulente tecnico a quello dei testimoni;

che l’art. 230 c.p.p. stabilisce che i consulenti tecnici possono assistere al conferimento dell’incarico al perito e possono partecipare alle operazioni peritali;

che il comparato esame delle disposizioni elencate porta a far concludere per una limitazione della presenza del consulente agli atti del dibattimento, con esclusivo riferimento al contraddittorio tecnico;

che, analogicamente ed in conseguenza di quanto sopra detto, deve trovare applicazione la disposizione di cui all’art. 149 disp. att., dettata per i testimoni,

dispone che i consulenti tecnici di parte siano allontanati dall’aula di udienza sino al momento del loro esame.

(Lo stesso Tribunale ha poi con altra ordinanza concesso al consulente della difesa, anche nella prospettiva di raccogliere ragguagli utili ai fini di una eventuale perizia, di assistere all’esame del consulente del p.m. ed ai consulenti di entrambe le parti di assistere all’esame della persona offesa).

- La Corte d’appello, richiamate le disposizioni di cui all’art. 501 c.p.p. che estendono all’esame dei periti e dei consulenti tecnici le norme previste per l’esame dei testimoni, con il solo limite della compatibilità, non ravvisa, nella fattispecie in esame, ragioni di tale incompatibilità e, comunque, non ritiene la sussistenza di ragioni ostative all’estensione delle disposizioni contenute nell’art. 497 c.p.p. e nell’art. 149 disp. att. c.p.p. inerenti all’esame dei testimoni.

Una diversa interpretazione comporterebbe l’inammissibilità dell’esame dei consulenti tecnici.

La presenza dei consulenti, peraltro, è espressamente prevista dalla legge per specifiche attività (assistere al conferimento dell’incarico ai periti e partecipazione alle operazioni peritali), quali indicate nell’art. 230 c.p.p. già richiamato dal Tribunale e interpretato in relazione all’art. 501 c.p.p.

Nessuna violazione o restrizione dei diritti della difesa, comunque, risulta essere conseguita dalla mancata partecipazione dei consulenti tecnici di tutte le parti indiscriminatamente, alle udienze di istruzione dibattimentale precedenti il loro esame.

Al contrario, il rispetto delle norme che disciplinano l’esame dei testimoni, relativamente all’esame dei consulenti tecnici, assicura la massima utilizzabilità delle loro dichiarazioni, in quanto scevre da qualsiasi interferenza diretta o indiretta riconducibile alla loro partecipazione allo svolgimento dell’istruttoria.

L’ordinanza in oggetto è pubblicata, annotata, nella rivista "Il Foro Ambrosiano", 1999, n. 3, p.322. Tale ordinanza consegue ad istanza del difensore dell’imputato, Avv. Gulotta, con la quale si domandava l’autorizzazione a far partecipare all’intero corso dell’udienza, prima quindi del loro esame, e ciò sul presupposto che ai sensi dell’art. 507 c.p.p., al consulente non si applicherebbe la previsione dell’art. 149 disp. att. c.p.p.

 

Pret. Saronno – ud. 13 novembre 1997 – Pret. Di Censo
(C.pp art. 501, c.p.p. disp. att. art. 149)
Dibattimento

Consulente tecnico

Funzioni e facoltà

Diritto di assistere all’attività dibattimentale

Sussistenza

"Il pretore, rilevato che l’art. 501 c.p.p. estende al consulente tecnico, in quanto applicabili, le sole norme inerenti l’esame del testimone, ma non quelle da osservarsi prima dell’esame del testimone fra le quali rientra l’art.159 disp. att. c.p.p.; che come emerge indirettamente proprio dal disposto dell’art. 149 disp. att. c.p.p., il consulente tecnico nel processo penale e prima della eventuale ammissione di perizia, esplica funzione di assistenza tecnica alla parte tanto che il legislatore si preoccupa di impedire la comunicazione tra teste ed il medesimo, al pari che tra il teste, le parti, e i difensori; che la partecipazione del C.t.u. all’intero percorso processuale appare legittimata altresì dalla previsione dell’art. 233 c.p.p. laddove garantisce alle parti fuori dei casi di perizia la nomina di anche due C.t.u. che sono legittimati a presentare al giudice pareri e memorie, facoltà questa che ha come suo necessario supporto la cognizione diretta da parte del C.t.u. delle scansioni processuali;

P.Q.M.

accoglie l’istanza della difesa dell’imputato ed autorizza i consulenti di parte a presenziare al procedimento".

L’ordinanza in oggetto è pubblicata, annotata, nella rivista "Il Foro Ambrosiano", 1999, n. 3, p.322. Tale ordinanza consegue ad istanza del difensore dell’imputato, Avv. Gulotta, con la quale si domandava l’autorizzazione a far partecipare all’intero corso dell’udienza, prima quindi del loro esame, e ciò sul presupposto che ai sensi dell’art. 507 c.p.p., al consulente non si applicherebbe la previsione dell’art. 149 disp. att. c.p.p.

studio legale associato gulotta varischi pino
fondazione gulotta
Avv. Prof. Guglielmo Gulotta