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Organo Ufficiale della Fondazione Guglielmo Gulotta di Psicologia Interpersonale Investigativa Criminale e Forense.


 

Archivio > Anno XXI n.2 > Processi

  Giurisprudenza di legittimità

 

-       Cassazione Civile, III sez., sentenza n.8460/2020

 

Onere della motivazione – Analisi delle risultanze della CTU – Disamina delle osservazioni di Parte

 

Con la sentenza n. 8460, la Suprema Corte ha dichiarato nullo, rinviando nuovamente a giudizio, quanto stabilito dalla Corte d’Appello di Ancona. Secondo la Cassazione, nel rigettare la domanda per accertamento di condotte dannose a carico di due medici e dell’azienda ospedaliera presso cui erano impiegati, il giudice d’Appello non ha fornito alcuna motivazione circa la ragione per cui sono state disattese le critiche sollevate dal consulente tecnico di parte avverso le conclusioni della CTU.

Infatti, diversamente da quanto verificatosi, entrambi i primi due gradi di giudizio, debbono necessariamente prendere posizione, a fronte di un’analisi attenta e circostanziata di quanto riferito, circa le risultanze della CTU e le eventuali osservazioni di parte. La decisione della Cassazione muove dunque dall’evidenza di “un totale deserto motivazionale” nella sentenza d’Appello, così come già accaduto nel giudizio precedente, sebbene le figure giudicanti dei gradi inferiori abbiano l’onere di motivare le proprie decisioni, essendo erroneo il presupposto della completezza d’indagine da parte del CTU. La Cassazione arriva così a concludere che “posto che il giudizio di appello continua ad ispirarsi ad una logica devolutiva e, quindi, di revisio prioris istantiae sebbene nei limiti della specificità dei motivi di appello, si deve ritenere affetta da nullità ai sensi dell’art. 132, secondo comma, n. 4 cod. proc. civ. la sentenza di appello, la quale […] si limiti ad evocare quest’ultima (la CTU) dichiarando genericamente di condividerne gli assunti, così finendo per procedere all’adempimento del dovere motivazionale non come giudice di appello, ma come se fosse investito di un giudizio di legittimità”.

 

 

-       Cassazione civile sez. I - 19/05/2020, n. 9143 civile non segue penale

 

Affidamento dei figli – Servizi Sociali – Responsabilità genitoriale – Processo civile – Proceso penale – Capacità genitoriale

 

La Suprema Corte riconosce in questa ordinanza, la proponibilità del ricorso per cassazione, avverso il decreto con cui, in sede di reclamo, la corte d’appello abbia confermato, modificato o revocato, provvedimenti de potestate adottati dal tribunale per i minorenni. La Corte ribadisce tale principio, ritenendolo applicabile anche a provvedimenti come quelli che dispongano l’affidamento del minore ai servizi sociali, solamente se tali provvedimenti volgono ad incidere in modo irreversibile o stabile sulle modalità di esercizio della stessa, poiché la quantità della limitazione dell’esercizio della responsabilità, genitoriale, non rileva ai fini della qualificazione giuridica del provvedimento (cfr. Cass., Sez. I, 12/11/2018, n. 28998). 

Una seconda questione su cui si pronuncia la Cassazione attiene all’incidenza o rilevanza delle vicende penali, nei giudizi civili aventi ad oggetto le capacità genitoriali e la scelta del miglior regime di affidamento per i figli minori, allorché uno dei due genitori (a volte purtroppo, entrambi a seguito di reciproci atti querelatori), siano imputati di reati a rilevanza familiare (maltrattamenti, violenza sessuale, violenza assistita, stalking ecc.). La Cassazione ritiene che, pur avendo la Corte di merito richiamato impropriamente la presunzione d’innocenza del genitore, operante esclusivamente in sede penale, non ha ignorato la rilevanza dei comportamenti penalmente censurabili della figura paterna, ma ha negato ad essi, un carattere decisivo in quanto da un lato non ancora accertati con sentenza di  primo grado, dall’altro perché la Corte di merito avrebbe comunque effettuato un’autonoma valutazione dei fatti e dei comportamenti, giungendo alla conclusione di ridimensionarne la portata, sia sotto il profilo materiale che sotto quello della potenziale dannosità per l’equilibrato sviluppo psicofisico del minore. E dunque, secondo la Corte, non appaiono violate le norme a tutela dell’interesse superiore del minore inteso come criterio guida e bussola fondamentale di valutazione, cui si devono ispirare tutte le decisioni riguardanti l’affidamento e la protezione dello stesso. Né sarebbero stati violati il principio di autonomia e separazione, cui sono improntati i rapporti tra processo civile e processo penale  secondo la regola per cui “al di fuori delle ipotesi di sospensione necessaria e delle altre previste dagli artt. 651 c.p.p. e segg., aventi carattere derogatorio, il processo civile, anche se riguardante un diritto il cui riconoscimento dipenda dall’accertamento degli stessi fatti materiali che costituiscono oggetto di un giudizio penale, prosegue il suo corso senza essere influenzato da quest’ultimo, ed il giudice civile, pur potendo utilizzare gli elementi di prova acquisiti in sede penale, accerta autonomamente i fatti con pienezza di cognizione, sottoponendoli al proprio vaglio critico, senza essere vincolato dalle soluzioni e dalle qualificazioni adottate dal giudice penale (cfr. Cass., Sez. VI, 3/07/2018, n. 17316; Cass., Sez. lav., 12/01/2016, n. 287; 10/03/2015, n. 4758). 

La Corte ribadisce un principio ormai pacifico che il giudizio prognostico che il Giudice deve compiere su ciascun genitore, al fine di valutarne la capacità/ idoneità ad educare e crescere il figlio, non può prescindere dal rispetto del diritto alla bi genitorialità, pur dovendo tener conto “del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione e disponibilità ad un assiduo rapporto, nonchè della loro personalità, delle consuetudini di vita e dell’ambiente sociale e familiare che ciascuno di essi è in grado di offrire al minore, non può trascurarsi l’esigenza di assicurare una comune presenza dei genitori nell’esistenza del figlio, in quanto idonea a garantire a quest’ultimo una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, e a consentire agli stessi di adempiere il comune dovere di cooperare nell’assistenza, educazione ed istruzione del minore (cfr. Cass., Sez. I, 8/04/2019, n. 9764; 23/09/2015, n. 18817; 22/05/2014, n. 11412)”.

 

 

-       Cassazione Civile, I sez., sentenza n.3652/2020

 

Affido condiviso – Interesse del minore – Diritto all’esplicazione della responsabilità genitoriale

 

Con la sentenza n.3652, la Suprema Corte di Cassazione ha ribadito il dovere primario del Giudice, una volta disposto l’affido condiviso, di tutela dell’interesse del minore, ponendo dunque in secondo piano la salvaguardia del diritto alla esplicazione della responsabilità genitoriale. Per tale motivo, il Collegio giudicante ha nuovamente chiarito il seguente principio di diritto: «la regolamentazione dei rapporti fra genitori non conviventi e figli minori non può avvenire sulla base di una simmetrica e paritaria ripartizione dei tempi di permanenza con entrambi i genitori», se così facendo si omettono di considerare le esigenze di crescita armoniosa e serena del minore coinvolto. L’ordinamento giudiziario deve infatti identificare le condizioni «maggiormente rispondenti ad una crescita serena ed equilibrata» del minore, valutandole necessariamente caso per caso ed eventualmente respingendo di conseguenza qualsivoglia richiesta fondata su un astratto diritto del genitore a ripartire il tempo del figlio al 50%, non confacente al suo benessere psicofisico. La Cassazione ha dunque in questo caso valutato opportuno quanto già stabilito dal Tribunale e dalla Corte di Appello, i quali avevano ritenuto «riduttiva e non confacente all’interesse del minore» la richiesta del ricorrente di prendere una decisione sulla residenza della prole «basata in linea principale sugli orari di lavoro dei genitori».

 

 

Giurisprudenza di merito

 

-       Tribunale di Civitavecchia, Sez. Civ., sentenza n. 1767/2019

                                          

Sindrome da alienazione parentale - Separazione – Conflittualità – Sostegno alla genitorialità

 

Il Tribunale di Civitavecchia, a fronte di un ricorso presentato da un padre per modificare il regime di collocamento del figlio minore, ha deciso di disattendere le conclusioni depositate dalla CTU, la quale aveva descritto un quadro di inidoneità genitoriale a carico della figura materna. Il Collegio ha motivato tale scelta spiegando di non condividere gli esiti della consulenza a causa del riferimento della professionista alla sindrome da alienazione parentale. La Corte, citando a riprova di ciò una sentenza della Cassazione, ha infatti ritenuto che l’utilizzo di tale terminologia «se non altro per la prevalente e più accreditata dottrina scientifica e per la migliore giurisprudenza, non integra una nozione di patologia clinicamente accertabile, bensì un insieme di comportamenti (…) che non abbisognano dell’elemento psicologico del dolo essendo sufficiente la colpa o anche la radice patologica delle condotte medesime» (Cass. Civ., sez I, sentenza 20.03.2013 n.7041). Viene quindi ribadito che «non è qui in questione la ricorrenza o meno di un patologia, o semmai di un’altra, ma l’adeguatezza di una madre a svolgere il proprio ruolo nei confronti della figlia minore che si trova in grande difficoltà e avrebbe bisogno del sostengo di entrambi i genitori, ma non riceve la collaborazione di cui ha bisogno dalla madre» (Cass. Civ., sez I, sentenza 13.09.2017 n.21215). Rifiutando l’idea che l’alienazione parentale sia una malattia, il Collegio giudicante ha dunque preventivato di punire ogni genitore colpevole di condotte svalutanti e pregiudizievoli contro l’altra figura genitoriale, tali da impedirne l’accesso al figlio. Nel procedimento in esame, l’assenza di un’indagine psicodiagnostica sulle parti e la mancata considerazione di precedenti pareri specialistici attestanti buone capacità genitoriali in entrambi gli ex coniugi, hanno però portato il Tribunale a ritenere che non vi fossero i presupposti per negare un affido condiviso del figlio minore, stabilendo addirittura il collocamento presso la madre e la possibilità di incontri liberi con il padre. La tutela del superiore interesse del minore ha spinto la Corte ad invitare entrambe le parti ad intraprendere un percorso di sostegno alla genitorialità.

 

 

-       Tribunale di Castrovillari, decreto del 30/06/2020

 

Affido super esclusivo -  Alienazione genitoriale

 

Il decreto affida in forma super esclusiva al padre richiamando il processo psicologico dell'alienazione parentale, ravvisato prima dal CTU e poi dal Consultorio affidatario, che ha trovato conferma anche successivamente negli esiti della collocazione presso la Casa famiglia, luogo in cui, si evidenzia, si è assistito all'uscita dei minori dalla "gabbia psicologica" realizzata ai loro danni dalla madre e a un riavvicinamento dei figli al padre a seguito della loro avulsione dall'influenza psicologica materna. Il Collegio, in conclusione, decide per l'affidamento al padre, alla luce della sua idoneità genitoriale, mancando alcun concreto indizio che possa portare a controindicazioni sulla sua persona e sul rilievo che non vi sono indicazioni positive per un prolungamento del soggiorno dei minori presso la casa famiglia. L'affidamento viene disposto in modalità super esclusiva, tenuto conto dell'intento alienante che continua a connotare il comportamento della madre, bisognosa invece di un supporto terapeutico ad oggi ancora non sperimentato. Oltre al mantenimento la donna dovrà pagare anche le spese processuali stante la riconducibilità alla sua persona della situazione (alienazione parentale) che ha determinato lo svolgimento della causa.

 

 

 

-       Commento del prof. Gulotta alla sentenza della Cassazione Penale, Sez. IV, del 6 febbraio 2020 (dep. 19 maggio 2020), n. 15331, pubblicato sulla Rivista online Sistema Penale “Divieto di domande suggestive anche per il giudice”, il 1 luglio 2020, www.sistemapenale.it/it/opinioni/gulotta-cassazione-15331-2020-divieto-domande-suggestive-giudice


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