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Organo Ufficiale della Fondazione Guglielmo Gulotta di Psicologia Interpersonale Investigativa Criminale e Forense.


 

Archivio > Anno XXII n.2 > Processi

 Giurisprudenza di legittimità

 -       Corte di Cassazione, Prima Sezione Civile – Ordinanza del 19.04.2021, n. 18603- depositata il 30 giugno 2021. 

 

      Affidamento dei figli-valutazione capacità genitoriali

 

La Cassazione ha accolto il ricorso del  padre e ribaltato la decisione della Corte di Appello, che ha disposto l'affido esclusivo alla madre valorizzando solo la condotta inadempiente passata dell'uomo, che quando il bambino aveva sei anni, ha cambiato la serratura della casa familiare, impedendogli il rientro e adottando condotte che non consideravano le esigenze del figlio. La Cassazione rileva che il giudice che ha disposto l'affido esclusivo del minore alla madre deve procedere ad una valutazione anche delle sue attuali capacità genitoriali e non basarsi solo su quanto accaduto precedentemente.

 

-   Cassazione Penale, Sezioni Unite, sentenza n. 27326/2020

 

    Violenza sessuale, abuso di autorità

 

Con la sentenza n. 27326 del 1 ottobre 2020 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione si sono pronunciate riguardo la questione “se, in tema di violenza sessuale, l’abuso di autorità di cui all’art. 609 bis c.p. comma 1, presupponga nell’agente una posizione autoritaria di tipo formale e pubblicistico o, invece, possa riferirsi anche a poteri di supremazia di natura privata di cui l’agente abusi per costringere il soggetto passivo a compiere o subire atti sessuali”.

La pronuncia trae origine dalla sentenza emessa da GUP del Tribunale di Enna, che condannava l’imputato in relazione al reato di cui agli artt. 81 co. 2 e 609-quater co. 4 c. p. perché, in qualità di insegnante di inglese che impartiva lezioni private e, quindi, con abuso di autorità, aveva costretto due alunne, minori di anni quattordici, a subire e compiere su di lui atti di natura sessuale. La Corte d’Appello aveva poi riformato parzialmente la sentenza di primo grado, riqualificando i fatti in relazione ai reati di cui agli artt. 81 co. 2, 609-bis, 609-ter n. 1 c.p., determinando un aumento del trattamento sanzionatorio.

L’imputato presentava allora ricorso per Cassazione, lamentando, tra gli altri, la violazione degli artt. 609-bis e 609-quater c.p. per non essersi la Corte di Appello conformata all'orientamento interpretativo di legittimità̀, seguito invece dal primo giudice, secondo cui l'abuso di autorità̀ di cui all'art. 609-bis c.p., comma 1, presuppone nell'agente una posizione autoritativa di tipo formale e pubblicistico, in mancanza della quale deve trovare applicazione la diversa ipotesi dell'art. 609-quater.

Il ricorso veniva quindi rimesso alle Sezioni Unite, che hanno affermato il seguente principio di diritto: «l’abuso di autorità cui si riferisce l’art. 609-bis, comma primo, c.p., presuppone una posizione di preminenza, anche di fatto e di natura privata, che l’agente strumentalizza per costringere il soggetto passivo a compiere o subire atti sessuali».

 

-       Cassazione Penale, Sezione VI, sentenza n. 30456/2020 

     

     Omissione di referto

 

La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso con il quale il PM presso il Tribunale di Grosseto deduceva la violazione dell’art. 365 c.p. Nello specifico, a seguito di un sinistro stradale, il medico imputato, dopo una prima diagnosi stilata al Pronto Soccorso da altro sanitario, era intervenuto per una seconda valutazione e aveva redatto certificati di prolungamento della prognosi, arrivando a prevedere, a differenza del primo medico, un periodo di guarigione superiore ai 40 giorni, tale da rendere perciò configurabile il delitto di lesioni stradali gravi, di cui all’art. 590-bis c.p., che deve considerarsi reato autonomo, procedibile d’ufficio.

Il Tribunale di Grosseto aveva assolto il medico dal reato di cui all’art. 365 c.p. perché il fatto non costituisce reato, rilevando che possa escludersi che con riguardo a lesioni stradali il sanitario abbia l’obbligo di referto quanto alla prognosi secondaria, attestata in certificati stilati a prolungamento dei giorni di malattia, rispetto ad una prima prognosi da altri espressa.

La Corte di Cassazione ha invece ritenuto il ricorso presentato dal PM fondato, sostenendo che in tema di omissione di referto il medico ha l’obbligo di informare l’autorità giudiziaria riguardo l’aggravamento delle lesioni personali, anche se, sulla base di una precedente diagnosi effettuata da un medico diverso, era stata indicata una prognosi meno grave, rispetto alla quale il reato sarebbe stato procedibile a querela.

Importante, inoltre, la precisazione fatta in motivazione, dove la Corte afferma che “il delitto di omissione di referto, che ha natura di reato di pericolo, in quanto volto ad assicurare il corretto andamento dell’amministrazione della giustizia attraverso l’invio alla A.G. competente della notizia qualificata di un reato, includente elementi tecnici essenziali ai fini dello svolgimento delle indagini e dell’esercizio dell’azione penale, è ravvisabile con riguardo ad una condotta omissiva, che risulta apprezzabile nel momento in cui il sanitario viene a trovarsi di fronte ad un caso che può presentare i connotati di un reato perseguibile d’ufficio, dovendosi inoltre valutare se il sanitario abbia avuto conoscenza di elementi di fatto dai quali desumere in termini di astratta possibilità la configurabilità di un simile delitto e abbia avuto la coscienza e volontà di omettere o ritardare il referto”.

 

 -       Corte Europea dei diritti umani, sez II, 4 agosto 2020- Tërshana c. Albania

 

       Violenza di genere

 

Con la presente sentenza la Corte EDU aggiunge un ulteriore punto al potenziamento del contrasto alla violenza di genere prevedendo un onere aggravato di diligenza per le indagini in questo campo. Il caso in questione ha avuto origine da una domanda contro la Repubblica albanese presentata alla Corte ai sensi dell'articolo 34 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali da una cittadina albanese, la signora Dhurata Tërshana il 30 giugno 2014. La ricorrente lamentava la violazione del diritto alla vita sancito dall’art.2 Cedu. La donna in data 29.07.2009 alle 4 del pomeriggio, mentre percorreva una strada secondaria, è stata aggredita da una persona non identificata con l’acido, è stata immediatamente portata all’ospedale di Tirana dove le sue condizioni sono state definite gravi. L’1.08.2009 è stata trasferita in Italia ed è stato accertato che dal 2009 al 2012 ha dovuto subire 14 operazioni. La signora Dhurata Tërshana ha da subito riferito di sospettare dell’ex marito. La Corte ritiene che il metodo usato dall'aggressore fosse di natura e intensità tali da mettere in pericolo la vita della ricorrente. L'articolo 2 della Convenzione è qui applicabile "Il diritto di ogni individuo alla vita è protetto dalla legge". La Corte, negli aspetti sostanziali, non ritiene vi sia stata alcuna violazione per quanto riguarda l’obbligo positivo delle autorità di proteggere l’integrità fisica della ricorrente. Mentre, è presente una violazione per quanto riguarda l’obbligo procedurale dello Stato.

 


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